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Wednesday, June 04, 2008
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Juan Bas: giallo e satira in salsa di scorpione
Category: Writing and Poetry
Salve a tutti. Qualcuno di voi ha forse conosciuto Juan Bas attraverso un delizioso volume edito da Castelvecchi, Trattato sui postumi della sbornia. Qualcun altro avrà forse incontrato Juan Bas a Milano la penultima settimana di maggio, quando ha presentato la prima edizione italiana del suo primo romanzo, Scorpioni in guazzetto, un libro giallo-satirico-erotico-gastronomico che si fregia di una copertina di Tanino Liberatore, edito da Alacran Edizioni nella collana Le Storie. E nessuno meglio di Alacran poteva pubblicare un libro il cui titolo originale è Alacranes en su tinta... titolo di ardua traduzione (echeggia una ricetta iberica di seppie cotte nel loro inchiostro...), con la traduzione di Chiara Artenio, ormai "portavoce ufficiale" di Juan Bas: tradurrà anche Voracidad, secondo volume dell'ideale trilogia cominciata con Scorpioni in guazzetto e vincitore del premio per la letteratura basca, che uscirà sempre da Alacran nel 2009. Durante la sua permanenza in Italia, Juan Bas è stato intervistato da Pillbox.it: ecco che cosa è stato detto...
Da www.pillbox.it:
Scorpioni in Guazzetto , il nuovo romanzo di Juan Bas, è ora disponibile anche nelle librerie italiane. L'opera appartiene come vedremo al filone della satira, un genere immortale e da sempre presente nella letteratura iberica. Il Trattato sui Postumi della Sbornia, facente parte della stessa corrente letteraria, era stata la prima opera che aveva permesso allo scrittore di Bilbao – premiato nel 2006 col premio per la letteratura basca grazie al romanzo Voracidad – di affermarsi in Italia. All'Hotel Admiral di Milano, Pillbox ha incontrato Juan Bas. L'autore ha introdotto i motivi che lo hanno portato alla stesura della trama e ci ha illustrato i suoi progetti per il futuro.
P : Juan Bas, l' uscita del suo nuovo romanzo è programmata per oggi. E' soddisfatto del successo che Scorpioni in Guazzetto ha ottenuto nel resto d'Europa?
J.B : Assolutamente si, in Spagna, Germania e Francia, i paesi in cui Scorpioni in Guazzetto è uscito, ho avuto ottimi riscontri. Speriamo che il successo prosegua anche qui e in Russia.
P : Come introdurrebbe Scorpioni in Guazzetto ad un suo eventuale lettore?
J.B : Questo romanzo è innanzitutto un giallo a tinte storiche ed umoristiche. Una storia di vendetta, incentrata sulla figura di Anton Astigarraga, lo chef personale di Franco che alcuni membri dell'ETA tentarono di sfruttare per arrivare all'uccisione del dittatore spagnolo. In uno di questi tentativi, Astigarraga finisce in coma,e una volta risvegliatosi progetterà la sua vendetta.
P : Contro chi?
J.B : Contro coloro che avevano cercato di ucciderlo. Un ruolo molto importante nel racconto lo svolge il Museo Peggy Guggenheim di Bilbao, in cui Pacho Murga, coprotagonista della storia assieme al cuoco, scopre un diario segreto che riporta dettagli fondamentali su quanto accaduto anni prima. Cosi emergerà la colpevolezza di attuali celebrità del panorama basco sconosciute al tempo dell'attentato, tra cui un gesuita divenuto vescovo, una cantante di opera sadica e l'allenatore dell'Athletic Bilbao.
P : L' ETA, il sentimento indipendentista basco, i pinchos: sono molti gli elementi connotativi della sua regione che vengono citati nell'opera.
J.B : Astigarraga era un cuoco molto originale e creativo, e aveva fondato col suo amico Pacho Murga, un uomo molto diverso da lui e spesso dedito all'ozio, un bar buonissimo di pinchos. Il filo conduttore dell' opera è rappresentato proprio dall'amicizia tra i due, ed un personaggio apparentemente marginale come Murga offrirà un contributo fondamentale all' evolversi della vicenda, scoprendo il dettaglio chiave che darà vita ai propositi di vendetta dello chef. Gli altri punti che hai sottolineato sono i motivi che mi hanno spinto a creare questo racconto satirico.
P : l'ETA appunto, un tema che nella mente dei più viene automaticamente associato alla regione basca. Che ruolo ha giocato l'organizzazione terroristica all' interno del racconto?
J.B : Per me l' ETA rappresenta tutti gli eccessi e le esagerazioni dell' indipendentismo basco, un sentimento che il più delle volte si esprime nel suo aspetto più ridicolo e violento allo stesso tempo. Astigarraga è l'emblema del cittadino innocente preso di mira dai sostenitori di questa ideologia.
P : Per il futuro? Quali progetti si profilano?
J.B : L'idea sarà quella di fare uscire Voracidad anche in italiano. Questo racconto rappresenta il seguito della trilogia che ha avuto inizio con Scorpioni in Guazzetto e l' obiettivo è quello di ripetere il successo che mi ha portato ad ottenere il premio per la letteratura basca nel 2006. Poi, sulla scia del Trattato sui Postumi della Sbornia avevo pensato di pubblicare Trattato sui Postumi dell'Amore.
5:33 AM
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Thursday, April 17, 2008
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Intervista a Raymond Benson... e appuntamento con 007 sabato 19, ore 16, Limone sul Garda
Salve a tutti. Appuntamento sabato 19 aprile 2008, ore 16.00, sul Lago di Garda, a Limone (Brescia), presso il Museo del Turismo, per una visita alla mostra "Il Mito di Bond" a cura di 007 Admiral Club e Il Cerchio Giallo, e l'incontro con Raymond Benson, autore dell'ultima saga letteraria sull'agente 007 e di emozionati noir, pubblicati in Italia da Alacran Edizioni.
Partecipano Riccardo Mazzoni (giornalista), Edward Coffrini Dell'Orto (presidente dello 007 Admiral Club), Andrea Carlo Cappi (scrittore, traduttore dei romanzi di Raymond Benson) e Stefano Di Marino (scrittore).
Ed eccovi un'intervista a Raymond Benson pubblicata qualche tempo fa su "Detective Magazine".
Sei diventato famoso come autore di 007, ma sei anche musicista, autore di noir, di teatro e di un saggio sul gruppo rock Jethro Tull... Chi è il "vero" Raymond Benson?
Proprio questo. Sono regista e autore teatrale, compositore, progettista di giochi per computer, autore di romanzi e saggi, storico del cinema, docente e pianista. Ma sono anche una persona normale, almeno credo.
Per anni sei stato lo scrittore ufficiale della serie 007, ora edita da Alacrán (il 28 maggio, giorno del centenario di Ian Fleming, esce Mai sognare di morire). Hai fatto rivivere il personaggio originale di Ian Fleming, più noir e meno tecnologico, come poi lo abbiamo visto sullo schermo in Casinò Royale.
Il successo del Bond di Daniel Craig non è merito mio: Casinò Royale, tratto dal primo romanzo di Fleming, è un ottimo film. I miei libri di 007 – questo sì – sono piaciuti molto ai fan più esigenti (anche se non a tutti!) e ne vado molto orgoglioso. Ma ora penso ad altre cose e Bond appartiene al passato.
Oltre a 007, come "David Michaels" hai pubblicato anche I signori del fuoco e Operazione Barracuda, due romanzi della serie Splinter Cell ideata da Tom Clancy edita da Rizzoli. C'è diversità rispetto a quando lavori con i tuoi personaggi?
Sì, assolutamente. Chi lavora con personaggi "su licenza" deve sottostare a certe limitazioni. È un'arte a se stante. Esiste persino la International Association of Media Tie-In Writers, per autori specializzati. Ma preferisco scrivere i miei romanzi, nei quali posso fare tutto quello che voglio!
Perché hai abbandonato la spy-story?
Mi interessano di più il noir e le trame hitchcockiane in cui una persona normale si trova coinvolta in circostanze eccezionali. E poi, dopo 007, la gente direbbe: "Oh, guarda, sta cercando di creare il suo James Bond." Dovevo per forza prendere un'altra direzione. Ma se mi proponessero di tornare allo spionaggio, ci penserei seriamente.
I tuoi primi tre noir, usciti da Alacrán, sono incentrati su personaggi femminili: ne Le ore del male, una donna che indaga sull'oscuro passato della madre assassinata anni negli anni '70; in Prima del buio una ragazza che a seguito di un trauma non riesce a riconoscere i volti delle persone; e nell'ultimo, Sweetie, un'insegnante che nasconde segreti pericolosi. Tutte e tre donne coraggiose con un fatale punto debole. Quanto distano dalle tue Bondgirls?
Per cominciare, sono le protagoniste assolute. Non è stata una scelta cosciente: scrivo seguendo l'istinto. Nei libri di 007 cercavo sempre di dare spessore ai personaggi femminili, che tuttavia restavano in secondo piano. Nei miei noir invece le donne sono la forza che anima la storia.
In Sweetie un ragazzo scopre che la madre ha un passato di pornostar con parecchi lati oscuri. Aldilà della trama thriller, c'è un conflitto molto umano.
Ho parlato con diverse ex modelle di "Playboy". Alcune raccontavano che i loro figli trovavano "cool" che la madre fosse apparsa nuda sulla rivista, altre che ne erano imbarazzati. Così mi è venuta l'idea per Sweetie: come reagirebbe il figlio di una pornostar scoprendo il passato nascosto della madre?
Hugh Hefner, fondatore di "Playboy", è un tuo amico, un fan di James Bond... e un tuo personaggio
L'ho conosciuto prima di diventare l'autore di 007. Fu naturale che "Playboy" pubblicasse brani di miei romanzi e racconti inediti, come a suo tempo aveva fatto con Fleming. Per il numero del quarantacinquennale, "Hef" mi suggerì di scrivere una storia in cui Bond e lui si incontrano alla Playboy Mansion. È un divertissement in cui appaiono come personaggi anche due vere modelle della rivista.
I tuoi nuovi progetti?
Il prossimo thriller in uscita negli USA (e in Italia in autunno) è A Hard Day's Death, ambientato nel mondo del rock: gli appassionati di musica si divertiranno. Ho un altro romanzo ambientato nell'immaginaria città texana di Limite, in cui si svolgeva Le ore del male, e altri progetti. Chi vuole li potrà scoprire nel mio sito www.raymondbenson.com
5:00 PM
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Monday, November 26, 2007
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Luca Tarenzi e il fantasy metropolitano: un’intervista
Da www.fantasymagazine.it un'intervista di Fabio Novel a Luca Tarenzi (alias Greyangel) autore di "Pentar".
E' stato promosso da Alacrán come un "fantasy metropolitano". Ma: cosa si cela davvero dietro questa definizione? Siamo andati a chiederlo all'autore.
Caro Luca, benvenuto su FantasyMagazine. Ti è mai capitato di curiosare da queste parti?
Molto spesso. Anche se non mi si potrebbe definire un lettore regolare — in realtà non sono regolare davvero in nulla, anzi vivo posseduto da una cronica incapacità di perseguire con ordine qualunque cosa mi capiti di fare… — conosco FantasyMagazine da tempo e torno di frequente a leggerne gli articoli, che non mi deludono mai quanto a qualità e aggiornamento.
Spero non ti dispiaccia se partiamo subito dalla domanda topica, o meglio: quella che di cui più si è discusso nel nostro forum. Abbiamo dato la notizia di Pentar, alla sua uscita. E ci siamo chiesti cosa voglia dire "fantasy metropolitano". Se questa dicitura — ammettiamolo: "intrigante" — abbia un suo fondamento, o se sia piuttosto una trovata editoriale. Nel frattempo, il tuo romanzo è stato letto da vari amici di FM, me compreso. Se ne è parlato in modo positivo. E' piaciuto, per ragioni anche differenti tra loro. Ciò che ha diviso è semmai la possibilità di definirlo un fantasy, o meno. Cosa ci spiega Luca Tarenzi, a riguardo?
Senza dubbio non è un fantasy nel senso classico del termine. In qualche occasione ho sentito dire che sarebbe più corretto definirlo un romanzo fantastico piuttosto che un fantasy: ma, francamente, "Pentar — Un romanzo fantastico metropolitano" non sarebbe stato granché come titolo!… Scherzi a parte, nel mondo anglosassone esiste da tempo la definizione "urban fantasy", che viene applicata alle opere di autori come Neil Gaiman e Jim Butcher: penso che "fantasy metropolitano" potrebbe esserne considerato l'equivalente nella nostra lingua.
In "Pentar" non ci sono elfi o draghi, quindi non è un fantasy alla Tolkien, ma non è nemmeno un romanzo di fantascienza, con descrizioni di un possibile futuro e tecnologie non ancora inventate; e non lo si può definire nemmeno un tecno-fantasy, che implicherebbe la coesistenza di magia e tecnologia. Insomma la necessità di dargli una definizione di genere mette un po' in difficoltà anche me... Ma è poi così stringente questa necessità? Mentre lo scrivevo non mi sono mai soffermato a pensare se stavo producendo un fantasy o meno, e mi sembra strano iniziare a farlo adesso: preferisco sul serio lasciare il giudizio ai lettori, che, quando si tratta di libri, sono l'unico "tribunale" la cui opinione conti davvero.
Ma il tuo rapporto con il fantasy, qual è?
Lo leggo fin da quando sono stato in grado di tenere in mano un libro, o quasi. E considerato che ho toccato i 31, ormai fanno almeno 20 anni… Per molto tempo è stata la parte quantitativamente più consistente delle mie letture, anche se dopo la fine dell'adolescenza è passato in secondo piano rispetto ad altri generi. Ma non ho mai smesso di seguirlo con attenzione, e confesso che anche oggi sono felice esattamente come a 16 anni quando scopro un nuovo autore che riesce a emozionarmi.
Nella quarta di copertina del volume, l'editore promuove Pentar nominando Philip K. Dick e Neil Gaiman a riferimento. Ci sono elementi dei due autori in questione presenti, in qualche modo, nella tua narrativa? E se sì, quali?
Essere accostato a Dick e a Gaiman mi lusinga enormemente, ma mi mette ancor più in imbarazzo: loro sono aquile, io una quaglia!... Di Dick ho letto — colpevolmente — molto poco, quindi sui punti di vicinanza tra "Pentar" e le sue opere devo fidarmi del giudizio altrui. Gaiman invece lo leggo e lo apprezzo, ma non l'ho tenuto presente come modello nella stesura del mio romanzo, o almeno non consciamente. Tuttavia mi rendo conto che esistono somiglianze tra molti elementi cari alla sua narrativa e i caratteri fondamentali di "Pentar": il già citato setting metropolitano, l'indebolimento del confine tra "naturale" e "soprannaturale", il rapporto che si può instaurare tra uomini comuni del giorno d'oggi e creature straordinarie. Ho letto su FantasyMagazine che qualcuno ha trovato "Pentar" molto somigliante ad "American Gods", al punto da domandarsi se per caso avessi tratto ispirazione — o copiato — da quel libro: mi dichiaro innocente rispondendo che, sebbene sia stato pubblicato solo nel 2006, "Pentar" è stato scritto anni fa, decisamente prima che "American Gods" arrivasse in Italia.
Puoi raccontarci qualcosa di più della trama?
In sostanza "Pentar" è la storia di una divinità, che torna a visitare il mondo dei mortali dopo una lunga assenza e si lega per caso in amicizia a uno studente universitario. Quando questi muore in un incidente stradale che a tutta prima sembra un suicidio, Pentar, suo malgrado, non sa darsi pace e finisce per farsi coinvolgere in un'indagine sull'accaduto, che lo porta a legarsi a un nuovo amico umano e a scoperchiare una vicenda di cui l'incidente era solo la punta dell'iceberg, un piano segreto che coinvolge dèi, mortali e una nuova tecnologia che potrebbe cambiare per sempre gli equilibri del nostro pianeta.
E dei personaggi?
Una volta William Gibson — se non ricordo male — ha detto che nei suoi primi libri ogni autore è estremamente autobiografico: anche senza volerlo l'ho preso in parola, perché buona parte dei personaggi di "Pentar" sono ispirati, sia nella descrizione fisica che nel tratteggio caratteriale, a persone che ho realmente conosciuto. In sostanza quello che ho fatto è stato "catturare" le persone che mi sono vicine e cercare di immaginare come avrebbero reagito se gettate in mezzo agli avvenimenti che racconto nel romanzo. E, lo confesso, è stata un'operazione estremamente divertente.
L'idea per Pentar, come romanzo, quando e come è nata?
E' successo anni fa, quando vivevo in un altro mondo e in un'altra vita rispetto a oggi. La gente di solito sorride quando racconto come ho avuto l'idea, e ho l'impressione che il più delle volte non mi creda: lo spunto fondamentale di "Pentar" viene da un sogno. Tutte le linee fondamentali della storia erano presenti, incluso il nome del protagonista. Quando mi sono svegliato ho raccontato con un certo divertimento la cosa a mia moglie — all'epoca non eravamo ancora sposati — e lei mi disse subito "Scrivilo!". A quel tempo facevo un altro lavoro e avevo tutto per la testa meno che mettermi a giocare al romanziere dilettante, ma l'idea era tenace, non smetteva di tormentarmi e, con mia moglie che le dava man forte, alla fine ho dovuto cedere.
Puoi dirci, stando attento a non svelare nulla che possa rovinare la trama ai futuri fruitori del tuo romanzo, cosa ti piacerebbe restasse di più al lettore, di Pentar?
L'impressione di aver letto un bel libro, ovviamente, ma ancor di più sono felice quando un lettore mi dice di aver apprezzato il messaggio che ho cercato di trasmettere nel romanzo, ovvero la riflessione sul tema del potere e della responsabilità, che io trovo terribilmente attuale. La domanda fondamentale che cerco di porre in "Pentar" è: chi ha il potere di cambiare le cose, ha il dovere e/o il diritto di usarlo?
Pentar è uscito l'anno scorso. Sei soddisfatto di ciò che hai raccolto in questi mesi, in termini di riscontro di pubblico e critica?
Direi proprio di sì, proporzionatamente all'entità della tiratura e della diffusione. Anche la casa editrice lo è, e infatti per gennaio è prevista l'uscita di una nuova edizione del romanzo, ricopertinata e aggiornata nella veste grafica, pensata per una diffusione più vasta della prima tiratura.
Hai una Laurea in Storia delle Religioni. Non è un percorso universitario che si sceglie a caso…
Ho sempre amato la religiosità, in tutte le sue forme. Persino per chi non ha un percorso religioso personale, le religioni a cui l'umanità ha dato vita nel corso della sua storia appaiono come una multiforme, stupefacente espressione dello spirito umano, a mio giudizio perfettamente paragonabile all'arte. E, parlando con lettori che amano il fantasy, credo proprio di sfondare una porta aperta. La religione, vista soprattutto dalla sua prospettiva umana, è senz'altro il tema più ricorrente nei miei scritti.
Conti di tornare al fantasy? Se sì, sarà in una forma nuovamente originale, contaminata, o invece più "canonica"?
Quasi tutto quello che scrivo ha carattere fantastico, nel senso che contiene almeno un elemento appartenente al mondo del soprannaturale e/o dell'immaginario, che si tratti di luoghi, situazioni, creature o avvenimenti. Tuttavia al momento non ho in progetto opere di fantasy "canonico": il nuovo romanzo che sto scrivendo — e che spero di riuscire a completare in primavera — condivide con "Pentar" un'ambientazione urbana, ma con una dose più massiccia e più esplicita di soprannaturale e un tono dichiaratamente più leggero.
Alacran è un editore piccolo, ma molto attivo e senza riserve o pregiudizi: il suo catalogo va dal genere puro alla palese contaminazione, con qualche concessione al letterario. Ha quindi pubblicato anche altre opere intrise di elementi fantastici: penso alla raccolta di Cristiana Astori ("Il Re dei Topi e altre favole oscure"), all'antologia "Roma fantastica", curata da Gianfranco de Turris, a "Tra di noi — Storie vecchie e nuove di soprannaturale urbano" di Carlo Oliva, o ancora al thriller con elementi fantascientifici di Mariella Dal Farra (ALMA). Tu, come sei approdato ad Alacran?
Davvero per caso, o forse per felice destino. Nel 2005 ho accompagnato un'amica alla presentazione di un libro Alacran e nel corso della serata, chiacchierando del più e del meno con il redattore capo Andrea Carlo Cappi, è saltato fuori che anche io scrivevo: Andrea mi ha chiesto di leggere qualcosa, e io gli ho passato "Pentar".
Vuoi citare qualcuno tra i tuoi autori preferiti?
Nel campo del fantasy la mia leggenda personale è Stephen Donaldson: sono fermamente convinto che il suo ciclo sul personaggio di Thomas Covenant sia uno degli affreschi più profondi e più grandiosi che la letteratura fantastica abbia prodotto negli ultimi trent'anni. Ho letto il suo primo libro qualcosa come quindici anni fa, e da allora non ho mai trovato un autore che potesse stargli al pari. Altri che amo molto sono Celia S. Friedman, Barbara Hambly e, più recentemente, Jacqueline Carey e il bravissimo Jim Butcher (tristemente mai approdato in Italia sebbene negli Stai Uniti balzi spesso in vetta alle classifiche). Quand'ero più giovane mi piacevano David Gemmell e Terry Brooks, ma ormai non li leggo da anni. Nel campo della fantascienza mi piacciono Robert Silverberg, Ursula LeGuin, Roger Zelazny e Dan Simmons. Tra gli autori italiani di letteratura fantastica cito senz'altro Valerio Evangelisti — soprattutto nei suoi primi romanzi — e Cristiana Astori, che oltre a essere una cara amica è una creatrice acutissima di storie splendide e terribili.
Siamo puntualmente arrivati alla "classica" domanda che precede la chiusura d'intervista: prossima uscite e/o progetti in corso?
Nel gennaio 2008 la seconda edizione di "Pentar" accompagnerà l'uscita del mio nuovo libro, una raccolta di racconti intitolata "Il libro dei peccati": si tratta di un insieme di storie di generi diversi — un horror, un giallo storico, un racconto comico-grottesco, una "fiaba nera" etc. — accomunate dall'avere tutte come temi centrali la colpa, le sue conseguenze e, qualche volta, la redenzione. Tra i progetti in lavorazione c'è invece il romanzo a cui accennavo sopra, che racconterà le avventure dell'angelo caduto Azazel, demone pigro e scanzonato che, dopo essere stato mandato in missione sulla Terra, si è auto-dichiarato in vacanza a tempo indeterminato e si rifiuta di far ritorno all'Inferno (perché, tra le altre cose, "lì il clima fa schifo"). Intorno a lui c'è un mondo fatto di panchine e parchi di periferia, bar fumosi, centri commerciali congestionati, dove alla gente comune si mescolano angeli in sciopero, truffatori immortali e satanisti disoccupati, che Azazel affronta armato soltanto di un'incredibile faccia tosta e una conoscenza incomparabile dell'eterna stupidità umana. A scadenza più lunga vorrei tornare di nuovo alla "narrativa seria" — mortalmente seria — e stendere un libro che ho in mente da tempo, ambientato nel mondo delle società esoteriche nell'Inghilterra vittoriana.
Caro Luca, è il momento di salutarci. Grazie per aver risposto alle nostre domande. Beninteso: è un arrivederci, però…
Senz'altro! Non dubito che continuerò a seguire FantasyMagazine con la mia "regolarità irregolare", e se qualcuno dovesse commettere di nuovo il peccato di leggere i miei scritti, sarò assai curioso di raccogliere gli eventuali pareri sulle vostre pagine. Grazie a tutti voi, è stato un vero piacere conoscervi!
5:45 AM
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Wednesday, November 21, 2007
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La presentazione di "Tra di noi" di Oliva, 21-11-2007
Una fredda serata di pioggia milanese, con il barista che - non sapendo dello spostamento a mercoledì della serata settimanale di "Seminario per giallo e bar" decisa dalla direzione e dagli organizzatori - è riuscito a mandare via alcune persone arrivate in anticipo; con la solita cassa di libri che doveva arrivare ma non è arrivata (per fortuna c'era una discreta scorta di copie in redazione: a fine serata i libri erano esauriti!); ma con un'atmosfera che ci ha riportati indietro di quasi quindici anni, al principio delle serate letterarie ideate da Pinketts e ai tempi della "Scuola dei duri", il movimento fondato da Oliva, Ossola, Pinardi, Pinketts, Oliva, Riva, con l'aiuto di Tecla della Libreria del Giallo, che diede un certo contributo all'affermazione del giallo italiano sulla scia del bolognese "Gruppo 13".
Sul palcoscenico del "Sud" di Milano si presentava Carlo Oliva, con la riedizione, arricchita di due inediti, della sua raccolta di racconti "Tra di noi". Andrea G. Pinketts, che ha definito Oliva "un degno erede di Dino Buzzati", ha ricordato che il libro è uscito nella prima versione da Baldini & Castoldi nel 1992, l'anno di Tangentopoli (vocabolo ideato dal giornalista-scrittore Piero Colaprico, che in quella stessa collana pubblicò il suo primo romanzo). Carlo Oliva ha spiegato la genesi del libro: "I racconti sono basati su storie vere la cui spiegazione non era soddisfacente. Ne avevo scritto uno, pubblicato su 'Corto Maltese', su una professoressa che aveva abbandonato l'insegnamento per l'archeologia: di lei si diceva che, per riuscire nel suo intento, avesse fatto un patto con il diavolo... e se lo avesse fatto veramente? Da lì cominciai a scrivere storie che si ricollegavano alle creature della letteratura gotica tradizionale: vampiri, demòni, fantasmi... Ma mentre di solito questi personaggi apparivano in luoghi esotici, nei castelli della Transilvania, io li ho inseriti in un contesto quotidiano, milanese. L'uomo che aggrediva le signore in viale Argonne cercando di morderle sul collo poteva essere un semplice maniaco... ma se fosse stato davvero un vampiro?"
Io ho raccontato l'origine di questa nuova edizione: da tempo "Tra di noi" era diventato un libro fantasma, apparentemente ancora in catalogo dal precedente editore, ma di fatto introvabile da dieci anni. Conoscendone il valore (e conscio dell'influenza che questo libro ha avuto su di me come scrittore), ho proposto a Oliva di ripubblicarlo presso Alacran e lui, quasi sottovoce, mi ha detto: "Si potrebbero aggiungere due nuovi racconti." Da lì la mia persecuzione via email, fino a quando Oliva non ha consegnato i due inediti, che appaiono in fondo al volume. "Uno dei nuovo racconti", spiega, "nasce da una premessa insolita: che cosa penserebbe Immanuel Kant se entrasse oggi in un supermercato. L'altro è ispirato dall'ambiente di Radio Popolare, i cui conduttori sono per alcuni gli 'angeli custodi' dei loro ascoltatori." Ma il miglior commento alla serata è quello scritto a caldo da Stefano Di Marino, e che riporto di seguito. (Andrea Carlo Cappi)
Stasera al Sud abbiamo presentato un autore vero. Quasi non ci credevo di essere lì con uno dei fondatori della Scuola dei Duri di Milano, Carlo Oliva. Io lo ricordo quando ancora lui non sapeva- giustamente- chi fossi io,al liceo Parini dove era un insegnante amatissimo dagli studenti, forse perché non era un parruccone. Ma in questi anni ci ha sempre seguiti e incoraggiati. L'ho ritrovato stasera con un pubblico non numerosissimo ma caldo, salutato da noi tre (Pinketts, Cappi e io) che siamo un po' bauscia. Gli anni passano, un po' si è appesantito, qualche problema di salute portato con dignitosa fierezza. Ripropone una sua raccolta di racconti di gotico milanese... storie piccole, semplici, a metà tra la realtà di una Milano che non c'è più e un mondo fantastico che, alla fine, appartiene a tutti noi scrittori. Perché scrittore non è chi prende un personaggio di qua e uno di là e lo riporta com'è sulla carta ma chi sa incantare immaginandoselo "suo" e lo racconta al pubblico. Racconti pubblicati quindici anni fa da Baldini e ora riproposti in una nuova edizione da Alacran,con l'aggiunta di due nuovi testi. Storie molto diverse dalle nostre ma che hanno un qualcosa, un'impronta che ci ha aiutato a crescere. Soprattutto una scrittura esemplare dotta senza essere pesante, senza una virgola o un pronome sbagliato. Narrativa vera, mica roba da velletiari poeti. Eppure eccolo lì Carlo,che meriterebbe un posto nella letteratura vera e che, soprattutto, ci ha insegnato qualcosa. Non gliene importa di essere magro o bello, abbronzato o ben vestito. E magari neppure di schierarsi con il gruppo che, al momento, gli sembra possa aprirgli le strade di una fama che, alla fine, è solo un'effimera scintilla. Con quel suo fare sornione, sempre affettuoso per ognuno di noi, incoraggiante come era sui banchi del liceo,è lì contento di raccontare le sue piccole storie. Storie che non riuscirò mai a eguagliare. E che non dovrebbero mai essere fuori catalogo. Onore a Cappi che l'ha ripubblicato. Perché,signori, quando si scrive non si bara. Il talento c'è o non c'è. E Carlo ne ha da vendere. Ne ha sempre avuto. E noi, i giovani turchi affamati di successo, dovremmo capire, ricordarci che scrivere non è uno show. E' la vita. E trovarmi lì con il nostro Mr Noir felice come una pasqua perché Sergio Altieri ha apprezzato e comprato un suo racconto è stato ancora più bello. Lo confesso, quando sono stato chiamato a parlare, avevo la gola stretta. Ma Carlo, quasi sommessamente con quel sorriso di chi capisce, m'ha levato d'impaccio con una delle sue battute argute sui miei libri che son sempre un complimento. E mi ha regalato l'illusione di aver imparato qualcosa in tanti anni . Anche se lui di cose, a noi, ne ha ancora molte da insegnare. (Stefano Di Marino)
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3:29 PM
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Monday, November 19, 2007
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A teatro "Il piede nel letto" di Luca Ricci
Dai racconti de "Il piede nel letto" (edito da Alacran, vincitore del Premio Montà d'Alba 2005) di Luca Ricci (autore vincitore del Premio Chiara 2007)
Prima nazionale all'interno della rassegna Conflitti. Frammenti di un teatro necessario organizzata da Fondazione Teatro Verdi di Pisa, Associazione Santandrea e Compagnia Sacchi di Sabbia
CinemaTeatroLux di Pisa Giovedì 6, venerdì 7, sabato 8, domenica 9 dicembre 2007
La Compagnia del TeatroLux
Piccola certezza (il teatro nell'amore) di Luca Ricci
regia Paolo Pierazzini
con Francesca Censi e Roberto Mantovani
luci Massimo Lupi
scenografia Maria Cecilia Imiotti
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lo spettacolo
Piccola certezza (il teatro nell'amore) è frutto della collaborazione tra il giovane scrittore pisano Luca Ricci e La Compagnia del TeatroLux, diretta dal regista Paolo Pierazzini che da anni compie un attento lavoro di ricerca e di approfondimento sul rapporto tra letteratura e teatro.
Alla sua prima prova come autore per il teatro, Luca Ricci ha scelto di riadattare alcuni suoi racconti contenuti ne Il piede nel letto (Alacran Edizioni, 2005) realizzando così "un'anti-commedia con brio".
In scena, due interpreti di eccezione: Francesca Censi de La Compagnia del TeatroLux – già intensa madre assassina in Niente più niente al mondo. Monologo per un delitto di Massimo Carlotto e commovente Miriam-Maria in In nome della madre di Erri de Luca – e Roberto Mantovani attore e docente presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico.
"Nonostante ci siano solo un uomo e una donna in scena, l'amore è un pretesto per innescare una serie di coup de théâtre. Il primo è gnoseologico: lo spettatore crede di andare a teatro, invece si ritrova alle prese con una coppia che "teatralizza" l'amore. Neanche meta-teatro, semmai un reality show finalmente serio. L'uomo è ossessionato da un trompe l'oeil, la donna è paralitica, l'interno è inossidabilmente borghese, e a dispetto dell'epigrafe pinteresque si balla (sensuale) e si canta (a squarciagola): anti-commedia con brio".
Luca Ricci
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*Luca Ricci
Luca Ricci ha 33 anni. Vive a Pisa. Per Alacran ha pubblicato la raccolta di racconti Il piede nel letto (premio Cocito-Montà d'Alba 2005) . Con Einaudi è uscita nel 2006 la raccolta di racconti L'amore e altre forme d'odio (vincitore premio Chiara 2007, in corso di traduzione in Germania). Dal 2007 tiene nelle università italiane la lezione I dieci comandamenti del racconto breve.
Si consiglia la prenotazione: telefonare allo 050.830943 o scrivere a info@cinemateatrolux.it. Ingresso € 10,00 Soci La Compagnia del TeatroLux € 8,00 Riduzione per studenti universitari presso Settore Cultura DSU, Lungarno Pacinotti 32, Pisa, tel. 050.567508.
CinemaTeatroLux
piazza Santa Caterina 6, 56127 Pisa
lunedì-venerdì ore 9-13 e 15-18
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Recensione di "Dario Argento-Confessioni di un maestro dell’horror"
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Da www.frameonline.it
Il 2007 sembra davvero l'anno della riscossa per Dario Argento, un regista spesso snobbato dalla critica nostrana, che improvvisamente sembra puntare su di lui tutti i riflettori. Sarà per via dell'uscita del suo ultimo film, La terza madre, in concomitanza con la Festa del cinema di Roma 2? Oppure perché non c'è più quella critica ideologizzata che non vedeva di buon occhio un certo cinema di genere? Quel che è certo è che il regista romano, acclamato maestro dai più grandi registi horror americani, qualche sassolino dalla scarpa ha certamente voglia di toglierselo. Attraverso queste confessioni raccolte da Fabio Maiello, che ha continuato a seguire il suo regista preferito fin dal lontano 1986, quando pubblicò una sua intervista su una fanzine, Dario Argento ripercorre tutti i suoi passi, film dopo film, con la libertà di chi non sente sul collo il fiato del critico prevenuto, quanto piuttosto lo sguardo di un ammiratore che gli lascia la libertà di spaziare dove vuole, come in una sorta di monologo interiore di cui l'intervistatore non voglia spezzare il filo. Le tappe del libro sono scandite dall'ordine cronologico dei film, tutti corredati da accurate schede e da dichiarazioni rilasciate dai collaboratori del regista, nonché da domande che molto spesso spostano il discorso sul versante tecnico piuttosto che sul particolare aneddoto sulla lavorazione dei film. Alla critica viene volutamente lasciato poco spazio, se non in alcuni brevi interventi iniziali, che anticipano le confessioni del maestro dell'horror. È una critica che gli rende un doveroso omaggio – per cui si è aspettato fin troppo, ma, come si dice, meglio tardi che mai – attraverso gli scritti di Gino Frezza ("Dario Argento: la coraggiosa visione dell'oscurità"), Alberto Castellano ("Un travolgente flusso visionario"), Giuseppe Cozzolino e Carmine Treanni ("Dario Argento on tv"). Una critica che soltanto oggi, finalmente libera da certi schemi ideologici, sa riconoscere quella "sfida alla visione dello sguardo univoco" di cui si fanno carico certe inquadrature di Dario Argento. Non a caso questa prima parte del libro viene conclusa dal racconto "Old Souls" di Monica Florio, in cui il protagonista è appunto un critico di nome Egidio Corbi, invitato a un convegno su Dario Argento, regista che considera un "morboso manierista". All'interno dell'albergo che lo ospita il critico sarà però aggredito da strane visioni, incubi che sembrano provenire direttamente dai film del regista tanto odiato, creature pronte a vendicarsi di chi, "per cecità, le aveva relegate in un angolo sperduto della propria mente gettando per sempre la chiave" (pag. 26). La parte che segue è appunto dedicata ai temi che la mente di Argento ha riversato nei propri film, o che in qualche modo lo hanno accompagnato lungo questo percorso: non soltanto il rapporto con la critica, ma anche quello con la famiglia o con le donne, la psicoanalisi, il male e la religione, per citarne solo alcuni tra i più evidenti. Al lettore sembrerà insomma di passeggiare tra i luoghi familiari di un passato cinematografico spesso occultato o snobbato. Una confessione appunto, ma non di un colpevole, bensì di chi per anni è stato vittima di una miopia intellettuale che ha fatto tante altre vittime illustri.
Simone Ghelli, 16/11/2007
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Suspiria
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Goblin
Release date: 03 August, 2000
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3:55 PM
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Thursday, November 15, 2007
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J. A. Konrath, l’americano che ama Dario Argento
Salve a tutti. Riportiamo nel blog l'intervista che J. A. Konrath – autore del bestseller Whiskey Sour e della serie Il mondo di Jack Daniels su "M-Rivista del Mistero" (tutti pubblicati da Alacran) – ha rilasciato a "Detective Magazine" per il numero di settembre 2007, in cui apparivano anche le foto dei suoi tatuaggi! Buon divertimento!
Hai creato una formula insolita per il thriller: romanzi polizieschi con suspense alla Jeffrey Deaver e un elemento insolito: l'umorismo, che un po' li avvicina a certi gialli comici di Donald E. Westlake. Inoltre, come protagonista hai scelto una donna poliziotto, per la precisione una detective della "Sezione Crimini Violenti" della Polizia di Chicago, la tenente Jacqueline "Jack" Daniels. I tuoi romanzi sono incentrati su un personaggio femminile, ma tu non sei una donna...
Grazie per averlo notato. (Ride.) Tieni presente però che la maggior parte del pubblico dei lettori è costituita da donne, che amano identificarsi con i personaggi e spesso si riconoscono più nelle autrici che negli autori maschi di thriller. Per questo ho deciso di raccontare di una donna poliziotto e di firmarmi con le sole iniziali "J. A." invece di "Joseph Andrew" o "Joe": dal nome il pubblico non può capire se l'autore è un uomo o una donna.
In effetti, il punto di vista dei tuoi romanzi non è affatto maschilista.
Chicago, la mia città, è una delle metropoli con il più elevato tasso di criminalità del mondo. La sua forza di polizia è la seconda negli USA, dopo quella di New York. Ma è anche la polizia più maschilista e sciovinista del paese. È molto difficile per una donna fare carriera in un ambiente del genere. Deve valere quanto i colleghi e lavorare almeno il doppio.
Non è l'unico dei problemi personali della tenente Daniels, vero?
Mi sono reso conto che le storie in cui ai personaggi tutto va bene sono terribilmente noiose. Se scrivessi un romanzo in cui Jacqueline nel primo capitolo si innamora di un bravo ragazzo, nel secondo si fidanza, nel terzo si sposa felicemente, nel quarto va in luna di miele, nel quinto aspetta un bambino... nessuno arriverebbe a leggere il sesto capitolo. La gente, nella vita reale, ha molti problemi e simpatizza con i personaggi che ne hanno a loro volta. Perciò la vita personale della mia protagonista è un vero disastro, il suo lavoro è un'ossessione e il risultato è che soffre d'insonnia.
Perché hai deciso di battezzare il tuo personaggio con un nome molto simile a quello di una marca di whiskey... dalla quale non sei nemmeno sponsorizzato?
Stavo cercando un nome per la mia protagonista e l'occhio mi è caduto su una bottiglia di tequila sulla mia scrivania. Mi sono detto: "A-hah!" Solo che "José Cuervo" non era un nome adatto a una donna. Invece "Jack Daniels" sì. "Jack" è un nome maschile ma è anche l'abbreviazione di Jacqueline. E mi permette di creare un equivoco ogni volta che lei arriva sulla scena di un delitto: sentendo dire "Tenente Jack Daniels" tutti si aspettano che sia un uomo. Da qui è nata l'idea per i titoli dei libri. È molto importante che una serie di thriller abbia un tema ricorrente e riconoscibile: i titoli originali dei libri di James Patterson con Alex Cross sono tutti ripresi da vecchie filastrocche, quelli di Sue Grafton sono basati sulle lettere dell'alfabeto... Io ho fato per anni il barista, quindi era ovvio che scegliessi nomi di coktail: Whiskey Sour, Bloody Mary e così via. In questo modo i lettori non hanno bisogno nemmeno di ricordarsi il nome dell'autore per cercare i miei libri: gli basta chiedere dei libri che hanno un cocktail nel titolo.
Hai parlato dell'insonnia di Jack, che non riuscendo a dormire passa le sue serate libere in un bar a giocare a biliardo con un certo Phin Troutt, personaggio che è insolito trovare al fianco di un poliziotto.
È vero. Phin Troutt è un criminale, che in passato è stato arrestato da Jack. Molti lettori mi hanno scritto: "Com'è possibile che una poliziotta faccia amicizia con un delinquente?" La verità è che in fondo non tutti i criminali sono completamente cattivi e non tutti i poliziotti sono buoni al cento per cento. L'amicizia tra Jack e Phin resiste fino a quando uno dei due non interferisce con il lavoro dell'altro.
E, a proposito di poliziotti "cattivi", nella tua serie c'è un personaggio che rappresenta la nemesi di Jack: Harry McGlade.
Harry è stato di pattuglia con Jack quando lei era agli inizi della sua carriera ed è stato sbattuto fuori dalla polizia per una vicenda di corruzione. Ora Harry fa il detective privato e le sue indagini continuano a interferire con quelle di Jack, creandole nuovi problemi. Volevo creare una figura di investigatore che fosse completamente all'opposto del classico investigatore alla Marlowe, con tanto di trench e cappello: Harry è un individuo sordido e volgare, eppure a suo modo è simpatico.
Per fortuna al fianco di Jack c'è anche un poliziotto buono, il suo assistente Herb Benedict... un personaggio che mostra una certa somiglianza con l'autore.
Herb e io abbiamo una sola cosa in comune: l'amore per il cibo. Prima di partire per il tour in Italia, mia moglie Maria mi ha suggerito di imparare qualche parola di italiano. Le ho risposto: "Conosco già pizza, focaccia, spaghetti, lasagne..." Ho già tutto il vocabolario che mi serve.
Herb è anche la principale spalla "comica" di Jack. I dialoghi tra loro due sono spassosi e pieni di giochi di parole che danno molto da fare ai traduttori!
L'umorismo è molto importante in questi romanzi. Accentua l'effetto delle scene di suspense. È come un otto volante: che cosa fa la gente sulle montagne russe? Prima ride, poi si mette a gridare. Così nei miei libri il lettore sale lentamente verso la cima, ridendo, e poi si mette a gridare spaventato quando scende vertiginosamente verso la paura.
E le tue scene "di paura" fanno veramente impressione.
Non per niente il mio regista preferito è Dario Argento! Qualcuno mi ha scritto che i miei libri sono troppo violenti. Non è vero. Nei miei libri la violenza non è mai descritta in modo esplicito. Gioco piuttosto sulla fantasia dei lettori: lascio che siano loro a "vedere" le scene più spaventose. E la loro immaginazione è molto più estrema della mia.
Qual è il tuo metodo di lavoro?
Mi dedico a scrivere un mese all'anno, in febbraio. Lavoro metodicamente per tutto il tempo e dopo quattro settimane il libro è pronto, poi ci vuole ancora un po' per editing e correzioni di bozze. Il resto dell'anno lo dedico esclusivamente alla promozione: tour che coprono interamente gli Stati Uniti, da costa a costa, per incontrare i lettori, stringere amicizia con i librai, tenere conferenze e corsi di scrittura. Gli incontri con il pubblico sono una parte importantissima del mio lavoro. Nel frattempo mi capita di scrivere articoli, curare antologie e pubblicare racconti per riviste come "Ellery Queen's Mystery Magazine" o "Alfred Hitchcock's Mystery Magazine".
... Tra cui i racconti de "Il mondo di Jack Daniels" che in Italia escono su "M-Rivista del mistero". Oltre a essere diventati bestseller negli USA, i tuoi romanzi sono un vero caso letterario. La tua casa editrice americana, la Hyperion, ti ha fanno un contratto invidiabile per la serie di Jack Daniels.
Non è sempre stato così. Prima di Whiskey Sour ho scritto nove romanzi che hanno ricevuto complessivamente cinquecento lettere di rifiuto. Dodici anni di lavoro, mezzo milione di parole scritte e nessuno che volesse pubblicarmi. Eppure, all'inizio della mia carriera, mi ero preso un ottimo agente, lo stesso di Clive Cussler. Ma, uno dopo l'altro, i romanzi dall'uno al sei sono stati regolarmente respinti. A quel punto ero molto rattristato, pensavo che non sarei mai riuscito a diventare un vero scrittore. Allora mia moglie mi ha detto: "Ti vedo troppo infelice: voglio farti un regalo per tirarti su di morale." Mi sono chiesto: che cosa penserà di regalarmi? Una giacca di pelle italiana? Una macchina sportiva? Lei ha detto: "No, un tatuaggio." E mi ha portato nel miglior salone di Chicago. Ho fatto io stesso il disegno e l'ho mostrato al tatuatore, che ha detto: "Lei vuole pagare cinquanta dollari... per questo?" "No, è mia moglie che paga." Eccolo. (Mostra su una spalla una faccina triste stilizzata.) Mi sono preso una nuova agente e ho ricominciato a scrivere: i romanzi sette, otto e nove sono stati nuovamente rifiutati. Ho scritto il decimo, Whiskey Sour, e mi apprestavo a scrivere l'undicesimo quando mi ha chiamato la mia agente: "Fermati, ci sono due editori in lizza. Non so ancora quale dei due l'avrà vinta, ma in ogni caso ti offrono un anticipo a sei cifre!" Mi sono messo a urlare di gioia. Mia moglie, sentendomi, si è messa a urlare anche lei. Ci ha telefonato un vicino: credeva che la stessi ammazzando! Finalmente ce l'avevo fatta. Ho detto: "Bisogna festeggiare: andiamo a cena nel miglior ristorante di Chicago... Anzi, meglio ancora, andiamo a Las Vegas, prendiamoci una suite e facciamoci trattare come re!" Ma mia moglie ha detto: "No, no. So io dove ti porto e a fare cosa..." (E mostra, sull'altra spalla, una faccina sorridente stilizzata.) Insomma, c'è una parola per definire uno scrittore che non si arrende mai. Quella parola è "pubblicato".
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Suspiria
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Goblin
Release date: 03 August, 2000
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8:17 AM
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Friday, November 09, 2007
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Dario Argento si confessa
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Abbiamo incontrato Dario Argento a Roma, presso la Libreria del Cinema, il 29 ottobre 2007: qualche giorno dopo la proiezione de La Terza Madre alla Festa del Cinema di Roma e a un passo dalla sua uscita nelle sale. Accompagnato dallo scrittore Fabio Maiello, autore di Dario Argento-Confessioni di un maestro dell'horror (edito da Alacrán), dal regista Antonello Grimaldi e dai critici cinematografici Alberto Castellano e Roberto Silvestri, Argento ha presentato il libro che riporta, appunto, le sue "confessioni". E non solo le sue, perché Maiello ha raccolto non solo le testimonianze del regista ma anche quelle di molte persone che hanno lavorato con lui in quasi quarant'anni di carriera, da L'uccello dalle piume di cristallo fino al nuovo film, passando tra le varie esperienze televisive, comprese La porta sul buio e Masters of Horror.
"Prima di me", racconta Dario Argento alle duecento persone assiepate nelle tre sale e fuori dalla libreria, "per gli italiani il 'giallo' era il romanzo di indagine, quello di Ellery Queen e Dickson Carr. Poi la parola "giallo" fu usata anche per i miei film, da L'uccello dalle piume di cristallo in poi, anche se lo dicevano sempre con una risatina: I miei erano sì "gialli" ma un po' "pazzerelli". Ora, al di fuori dell'Italia, 'giallo' indica quel tipo di cinema."
Ma anche se Argento ha dato un nuovo significato alla parola "giallo", questo non significa che i rapporti con la critica siano stati buoni. "All'inizio alla stampa non piacevano i miei film. Tranne a un critico che forse non aveva capito niente e che, vedendo che i suoi colleghi mi stroncavano, al film successivo mi stroncò anche lui, per paura di sbagliare. A sentire loro avrei dovuto abbandonare tutto, smetterla, cambiare mestiere."
Per fortuna Argento ha proseguito lungo la sua strada, ma non è sempre stato facile. "Opera uscì in una versione tagliata", ricorda, "Fu venduto in America alla Orion Pictures, che lo distribuì in una versione ancora più tagliata. Ero depresso. Partii per un lungo viaggio in Oriente, pensavo quasi di rimanere laggiù... no, non avrei potuto, a Roma c'era la mia famiglia. Ma volevo stare lontano da tutto. A un certo punto dovevo tornare a casa. Passai da Los Angeles e incontrai un amico che mi disse: 'Dove sei stato? Tutti ti cercano! Non hai visto i giornali? In Inghilterra, in Francia, dappertutto dicono che Opera è un capolavoro!"
Quello del cinema non è un mondo facile, soprattutto oggi, come spiega Argento rispondendo a una domanda dal pubblico: "In Italia si fanno solo film in cui ci si innamora, ci si lascia, si devono fare gli esami e attaccare lucchetti. Oppure si fanno 'le fiction', con attori che non hanno nemmeno facce da cinema. Un amico produttore americano che ha assistito al festival della fiction a Roma mi ha chiesto: 'Ma perché in Italia fanno fiction così brutta? Ne facciamo anche noi, ma ci investiamo di più.' Per i giovani registi l'unica speranza è il digitale. È così che mia figlia Asia ha girato Scarlet Diva."
Ma questa sera il vero segreto del maestro dell'horror viene svelato da Fabio Maiello, che racconta il suo primo incontro con il regista. "Avevo diciassette anni. Su una rivista era stato pubblicato l'indirizzo di Dario Argento. Volevo assolutamente conoscerlo. Mi appostai davanti a casa sua in attesa di vederlo apparire. Lui arrivò ed entrò nel portone. Io lo seguii e lo chiamai: 'Signor Argento! Signor Argento!' Lui sobbalzò, mi vide e disse: 'Ahò, m'hai fatto paura!'"
Andrea Carlo Cappi
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Inferno
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Keith Emerson
Release date: 27 March, 2006
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4:42 AM
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