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Un mio racconto noir
Il racconto che segue è arrivato quarto (parimerito con un altro e a un solo punto dal terzo) al concorso Creative Commons in Noir. Chi lo legge sappia che è diverso nello stile e nei contenuti da quello che sarà il romanzo futuro, come se fosse stato scritto dal mio lato nero, mentre quello grigio scuro si riposava. :-)
Buona lettura!
Angelo mio
Vedo il coltello che mi punta addosso e guardo il bastardo che lo maneggia. Il Calabrese è stravolto e mi odia per una questione di corna. Peccato che io, sua moglie, non l'abbia nemmeno sfiorata. A malapena mi ricordo la sua faccia. E poi, mia moglie, con i serbi cosa cazzo c'entra? Mi passa questo pensiero e intanto non riesco a fare nulla per evitare il peggio. E non è che non voglio farlo, è che il Calabrese è svelto. Riesco solo a dire merda. Un attimo dopo, sento la lama che intacca l'osso, ruota per allinearsi allo spazio tra le costole e s'infila dentro. Il dolore è forte, ma per fortuna dura poco. Cado a terra; lo scalpiccio dello stronzo che scappa mi si fissa nelle orecchie. Vorrei rincorrerlo, ma ha lasciato il coltello piantato nel mio petto e credo sia meglio non muoversi. Fa niente, il Calabrese lo potrò mettere a posto non appena mi avranno ricucito. Sollevo un po' la testa e fisso la madreperla bianca del manico: mi sembra familiare. Un attimo dopo arriva mia moglie. Urla il mio nome e si mette a piangere dicendo cose che non capisco. Forse non la capisce neanche la gente che si è radunata intorno a noi. Cerco di respirare e la bocca mi si riempie di sangue. Cerco di sputare, invece tossisco ed è una sensazione orribile. Le stringo la mano, poi tutto si calma e mi sento meglio; è fatta, mi dico. Lei si curva sul mio corpo e chiede cento volte perchè. Va bene, adesso te lo spiego io perchè, angelo mio.
Figlio di puttana, mi ha urlato quel bastardo di Calabrese dalla strada, vieni giù che t'ammazzo. Stai calmo, gli ho risposto dalla finestra, che ti succede? E lui: te la sei voluta scopare e adesso dobbiamo regolare i conti. E io: ma sei impazzito? Di che cazzo parli? Parlo di quella zoccola di mia moglie, ha sbraitato, quella che ti sei sbattuto sul mio letto, alla faccia mia. Sei fuori di testa, io, a tua moglie, neanche la riconosco per strada. Allora lui mi ha minacciato con un pugno alzato. Che c'è, ha urlato, ti tremano le gambe, merdoso vigliacco bugiardo che non sei altro, vieni giù, che ti spacco quella brutta faccia da cazzo. Ho pensato fosse il caldo, perchè col Calabrese ci conosciamo da un sacco di tempo e siamo sempre andati d'accordo. E poi, da lui mi sarei aspettato che salisse per regolare la questione tra di noi e non che l'urlasse ai quattro venti dalla strada. Invece ha fatto proprio così e di certo nel quartiere l'avranno udito in tanti. E allora io mi sono sentito in dovere di scendere e ho fatto gli scalini di corsa, a due a due. Quando mi ha visto uscire in strada, lui si è ingallato ancora di più: aveva le vene del collo che sembravano tubi da mezzo pollice. Lo sapevi che quella troia di tua moglie se la sono fatta i serbi? Mi ha detto. Di che cazzo stai parlando? E lui: lo sai bene di cosa parlo. Ogni santo giorno, tu gli hai rotto i coglioni al cantiere e loro te l'hanno fatta pagare salata, così impari, testa di cazzo. Sul momento non ho capito e ho guardato all'insù, verso le finestre di casa nostra. Ti ho vista affacciata, angelo mio, che singhiozzavi con le mani che ti coprivano il volto. Allora ho capito che qualcosa doveva essere successo sul serio e mi sono girato verso il Calabrese. E lui ha tirato fuori un coltello a scatto con il manico di madreperla bianca e le borchie di metallo lucido. Un click e la lama d'acciaio è uscita come la lingua di un serpente. Io sono riuscito a dire solo merda e subito il coltello s'è infilato nel mio petto.
E pensare che io e il Calabrese abbiamo lavorato assieme per cinque anni filati, su e giù per le impalcature di mille cantieri. Pensa, angelo mio, proprio oggi pomeriggio, via dal lavoro, siamo andati a bere qualcosa insieme. Lui ha preso un calice di bianco e io una birra gelata. Sul bancone, tra i due bicchieri, la banconiera ha posato un piattino con due polpette fritte. Ne stavo masticando una, che il Calabrese mi ha detto: è un periodo che mia moglie è strana. Poi ha buttato giù il vino e ne ha ordinato un altro. Che intendi dire, gli ho chiesto io. E lui: che te lo devo anche spiegare? Non vuole scopare, no? Io ho guardato dentro al mio bicchiere e gli ho detto che anche tu, angelo mio, negli ultimi tempi eri strana. Allora lui mi ha chiesto se avevo sospetti e io gli ho detto che secondo me era tutta colpa della pillola nuova. Lui ha annuito, poco convinto. Nel mio caso, ha detto, è diverso. Con la mano destra ha fatto le corna, ma tenendo il bicchiere in mano, per non farlo capire agli altri intorno. E non erano corna di scaramanzia. Io ho finito la birra con un sorso e l'ho scrutato dentro agli occhi: era disperato e furioso, ma cercava di trattenersi. Sul momento ho pensato fosse lui a tradirla e magari sospettasse che lei se ne fosse accorta, invece mi sbagliavo, era lui il cornuto. Allora ho pensato a te, angelo mio, quando mi dicevi che in quelle faccende era meglio non immischiarsi; così gli ho risposto in maniera vaga, l'ho salutato e sono venuto a casa.
E ora che ci penso, angelo mio, il Calabrese sembrava strano anche durante la giornata. Eravamo quasi alla pausa pranzo, che lo vidi parlottare con Stojan, quel serbo alto due metri e largo altrettanto, uno che si fa il culo dalla mattina alla sera per quattro soldi. I due discutevano mulinando le mani per aria, ma il Calabrese di più, perchè nessuno riesce a parlare muovendo le mani come sanno fare loro. Non sembravano incazzati; discutevano, certo, ma come si può discutere di calcio o di donne. Non ridevano, ecco, questo lo ricordo bene, lo notai subito che erano seri come funerali. Io stavo dieci metri più in alto e non potei capire di più e, a dire il vero, non ci badai più di tanto, perchè il Calabrese non vedeva di buon occhio i serbi e spesso s'incazzava con loro; era successo pure quella mattina. In ogni modo, gridai loro di darsi una mossa e la discussione finì all'istante. Però, a pensarci bene, angelo mio, quel giorno era successo anche un altro fatto.
Di prima mattina era arrivato il furgone con i cottimini e subito era scattata una mezza rissa. 'Sti cazzo di serbi, aveva detto il Calabrese a voce alta rivolgendosi a noi italiani, hanno la famiglia al di là del mare e con pochi euro tirano avanti tutti quanti per un giorno interno, invece noi, che stiamo di qua, con quei pochi euro non compriamo neanche la carta da culo. Poi aveva sputato per terra, proprio davanti al loro gruppetto. I tipi lo avevano guardato come per ammazzarlo; molti di loro non capivano una parola d'italiano, ma avevano capito che lui li stava offendendo e subito avevano stretto i pugni. Allora Stojan, un omone che parlava italiano anche meglio del Calabrese, gli aveva detto sorridendo: allora mi sa che ti conviene mandare la famiglia in Serbia. Poi aveva tradotto ai compagni e tutti giù a ridere. Sembrava finita lì e invece il Calabrese non l'aveva digerita. Ovviamente. Vaffanculo serbo di merda, era stata la sua risposta. E giù botte. Per fortuna non era stato niente di che: tutto si era risolto in pochi minuti, fuori dal cantiere e senza troppi danni per nessuno. Una volta entrati, però, avevo dovuto fare il culo a tutti, italiani e serbi: oggi si torna a casa mezzora più tardi, avevo ordinato rincarando la dose per cercare l'approvazione del capo cantiere che ci stava guardando.
Una cosa è certa, angelo mio, con quei tipi non si sa mai come comportarsi. I serbi, intendo dire. Ieri sera, per esempio, mentre stavamo passeggiando lungo il viale, ti ricordi, angelo mio? Era giorno di paga e avevamo deciso di concederci un bel gelato in santa pace, sicché avevamo lasciato nostra figlia dalla vicina. Io avevo preso cioccolato e pistacchio e tu avevi preso quello con la nutella e il fiordilatte; una pallina sola però, perchè le porzioni della gelateria vicino a casa nostra sono belle abbondanti e se non ci si sbriga a mangiare, ti cola tutto sulle dita. E siccome tu il gelato lo mangi piano, avevi detto che, al limite, ne avresti presa un'altra tornando indietro. Ricordi, angelo mio, stavamo passeggiando quando, nell'altro senso, avevamo visto arrivare proprio quei serbi: Stojan, suo fratello più giovane e altri due dei loro. Io li avevo salutati con un cenno e loro avevano fatto lo stesso. Tu eri alle prese con il gelato che colava e il fratello di Stojan, passandoti accanto, aveva detto qualcosa. Io non avevo capito, ma tu, invece, ti eri scurita in volto. Cos'ha detto? Ti avevo chiesto. Niente, una stupidaggine, avevi risposto. Però avevi i lucciconi agli occhi e allora io avevo insistito e tu, guardando a terra, avevi detto sottovoce: succhia troia. Ed eri scoppiata a piangere. Io avevo guardato i tre serbi che si erano fermati venti metri più avanti: stavano ridendo come matti. Allora mi era salito il sangue alla testa ed ero corso verso di loro senza badare a te, che mi stavi gridando di lasciar perdere. Li avevo raggiunti in due secondi e senza fermarmi avevo atterrato lo stronzo che ti aveva offesa. Allora Stojan mi aveva bloccato da dietro con la sua stretta da lottatore e mi aveva detto all'orecchio: va tutto bene, lui se l'è meritato, ora torna dalla tua bella moglie, và. Ti aveva indicata con un cenno del capo. Lo ammazzo, avevo urlato io fuori di me, gliela faccio pagare a questo stronzo. No, aveva detto Stojan, tu hai umiliato mio fratello e ora siete pari. Poi aveva mollato la presa e mi aveva fatto segno di andare. Lo stronzo era ancora a terra e si stava lamentando, tenendosi la nuca con le mani. Allora io gli avevo sputato addosso e d'istinto gli avevo mollato un calcio nelle palle. E volevo continuare, ma Stojan aveva tirato fuori un coltello, di quelli a scatto. Un click e la lama d'acciaio era uscita come la lingua di un serpente. Il manico era di madreperla bianca, con le borchie di metallo lucido. Ora hai capito perchè, angelo mio?
1:00 PM
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