ElenaTorresani.com

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Aug 26, 2008

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Age: 34
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City: Casalpusterlengo
State: Lodi
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Signup Date: 03/13/08

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Thursday, August 28, 2008

Il mio nome è Lisbeth. Comportatevi bene.
Current mood: animated
Category: Writing and Poetry

Ho sempre cercato di non cedere alle mode letterarie del momento, snobbando sempre con superficialità i bagordi temporanei che ruotano attorno ad un best seller ed attendendo la bassa marea mediatica per gustarmi davvero, e sobriamente, un testo che è riuscito a vincere la moda o l'entusiasmo del momento.

 

Però con Stieg Larsson ho ceduto. Ho calpestato anche la mia idea che le saghe e le trilogie fossero una puttanata, ho represso la pessima opinione che ho degli scrittori seriali, e mi sono fatta sedurre dal titolo: "Uomini che odiano le donne".

Era troppo succoso. Per una come me.

L'ho divorato in due giorni, e sono più di 600 pagine. Dopo di che ho comperato il secondo della Millenium Trilogy: "La ragazza che giocava con il fuoco". 700 pagine in 3 giorni. Ho rimandato i pasti e l'igiene personale per non mollare queste pagine ed arrivare alla fine.

 

Non ho scritto però questo post per celebrare questi due libri: vi voglio parlare di Lisbeth Salander.

Lisbeth è alta 1,50 mt, pesa poco più di 40 kg, ed è una sorta di spaventapasseri punk: tatuata, sociopatica, irascibile, arrabbiata, apparentemente ritardata, con un passato davvero difficile e  un presente che non promette niente di buono.

Una sorta di vittima ideale insomma: una donna socialmente vulnerabile, una facile preda.

In realtà questo scricciolo ha un'intelligenza lucida, una memoria fotografica invidiabile, è un'abilissima hacker e una determinata combattente.

 

 

Lisbeth odia gli uomini che odiano le donne, senza compromessi né mezze misure. Non concede attenuanti, perché secondo lei "Non esistono innocenti, esistono solo gradi diversi di responsabilità".

Stieg Larsson ha dato vita ad uno dei personaggi femminili più significativi della letteratura contemporanea: una giovane donna che da vittima si è trasformata, senza nemmeno volerlo troppo, in una sorta di vendicatrice, un giustiziere con tette e anfibi che non perdona agli uomini le loro miserie e debolezze.

 

 

Non vi dirò di più, per non svelare le sorprese di questi libri avvincenti, ma dopo Robin Hood, Batman, L'uomo ragno e mille altri iper-paladini maschili, abbiamo finalmente una Wonder Woman tangibile e senza poteri magici, senza mantelli, lustrini, scettri e corone che si aggira per le strade del mondo.

Quantomeno del mondo che vorremmo.

Lisbeth non vola, non ha mangiato della criptonite, non ha bacchette magiche, né un'automobile parlante. Ma è una donna che combatte, non perdona, non dimentica, e non chiude gli occhi.

 

 

Mi è difficile farmi degli scrupoli morali di fronte ai metodi spesso poco ortodossi di Lisbeth, dal momento che la sua filosofia sull'innocenza è inattaccabile, e la cultura che va a combattere troppo reale e quotidiana per poter far finta che non riguardi tutti noi.

Ora attendo con ansia l'arrivo del terzo volume, e vi consiglio caldamente di lasciarvi catturare dal fascino di Sally.

12:38 AM - 8 Comments - 4 Kudos - Add Comment

Sunday, August 24, 2008

Ma che ci si va a fare a Dublino?
Current mood: bored
Category: Travel and Places

Il mio viaggio di lavoro per Dublino è cominciato con i peggiori auspici. La settimana precedente alla mia partenza (quella di Ferragosto, tanto per intenderci) la sottoscritta perde l'anellino anticoncezionale senza accorgersene (i miracoli dela meccanica), solo dopo 24 ore dall'inizio dell'applicazione mensile. Risultato: due mestruazioni in una settimana.

La mattina della partenza, lunedì 18 Agosto, sempre la sottoscritta scopre di avere discrete quantità di sangue nelle feci. Perdendo sangue da tutte le parti possibili, sono arrivata in aeroporto lunedì pomeriggio in condizioni pietose: pressione formica, giramenti di testa e giramenti di palle ancora più vorticosi. L'abbigliamento in clima irlandese (calze, scarpe chiuse, giubbotto pesante, sciarpa) con i 30 gradi che c'erano a Orio al Serio non hanno aiutato sicuramente il mio benessere fisico.

Lunedì sera arrivo a Dublino con 13 gradi e pioggia battente. Come se non bastasse, in albergo mi danno una camera non fumatori: vera tragedia delle tragedie. Martedì mattina, sempre con lo stesso piacevole clima, vado in fiera e scopro che non c'è nemmeno uno stand pronto. Dopo una discreta serie di imprecazioni, opto per una visita verso il centro della città.

Dopo tre mesi di infradito e zoccoli, fare tutti quei km con calze Gallo e scarpe chiuse si è rivelata una pessima idea. Mal di gambe e piedi distrutti sono stati il risultato della giornata sprecata (dato che Dublino fa pure cagare, brutta copia della parte brutta di Londra).

Sintetizzerò qui di seguito le mie considerazioni e le mie scoperte:

1.    Una capitale europea che non ha la metropolitana, è una chiavica di città

2.    Una capitale europea che non ha una metropolitana e oltretutto ha un sistema di bus e treni con indicazioni incomprensibili per un turista, è una città stronza.

3.    Una capitale europea che ha le sigarette ad 8 euro al pacchetto è una capitale molto civile, ma aiuta notevolmente a nominare il nome di dio invano

4.    Nel bagno comune del mio hotel, quello al piano della reception, esiste una bacheca con l'elenco dei nomi del personale addetto alle pulizie di quel giorno (anche se questo non difende comunque dall'incività dell'utenza, aiuta a riflettere sulle responsabilità del rispetto)

5.    Esistono luoghi nel mondo dove la gente si mette in fila ordinatamente e spontaneamente per prendere da mangiare e da bere senza che questo causi ogni volta rivolte sociali ed interventi delle forze di ordine pubblico, e dove le persone aspettano il proprio turno senza che ci sia una riga gialla disegnata per terra che imponga di tenersi a distanza

6.    Esistono luoghi dove si usa l'aria condizionata anche se fuori ci sono 13 gradi, forse perché è bello pensare che fuori faccia un caldo della madonna, illudendosi di essere ai tropici. In barba al risparmio energetico.

7.    Per i popoli esiste spesso un DNA sociale dal quale è difficilissimo liberarsi: che gli irlandesi siano degli ubriaconi indefessi e dei fumatori tosti mi è balenato nel cervello ripetutamente nell'arco di questa settimana. Forse sono solo vittima dei luoghi comuni, ma in più occasioni ho avuto l'impressione di trovarmi circondata dai figli di generazioni e generazioni di portuali, coi calli alle mani, predisposizione alla bisboccia e una pessima salute polmonare.

8.    Un paese che ha un'identità culinaria di basso profilo e di scarsa portata tenderà a lasciarsi malamente influenzare da cucine migliori, e ad alimentarsi in modo pessimo. A  Dublino è difficile trovare un negozio di alimentari decente, ma per mangiare stronzate si è sempre in tempo. Le persone scoppiano di ciccia, e basta guardarsi intorno per capire che l'offerta di grassi è decisamente superiore al fabbisogno pro-capite. Come ogni gatto che si morde la coda, quando l'offerta è così abbondante, onnipresente e collettivamente tollerata, cedere all'errore è un attimo: io stessa, che difficilmente mi sollazzo con dolciumi e pasticci, ho passato sette giorni a rimpinzarmi di cioccolato, cannella, biscotti, nocciole e caramello. Sarà che trovare una mela sembra un'operazione eccessivamente impegnativa?

9.    I telegiornali irlandesi non parlano quasi mai, o quasi mai con attenzione, di ciò che succede al di fuori dei confini nazionali. Capisco l'orgoglio, ma addirittura cancellare la sezione "esteri" dalle notizie mi sembra eccessivo.

10. Non esiste un museo decente in questa città. Immaginavo che la capitale di uno stato satellite dell'Inghilterra non potesse essere riuscita ad appropriarsi di molti tesori, ma speravo che la forte dignità irlandese fosse riuscita quantomeno a creare qualcosa di meglio (anche se ammetto di non essere un'appassionata di celtica o araldica, quindi forse mi trovo semplicemente nel paese sbagliato).

Fortunatamente ho incontrato una ragazza italiana che mi ha deliziato con i racconti del suo ex-fidanzato musicista, che si divertiva con strani feticismi erotici di dubbia interpretazione:

-      Farsi solleticare il capezzolo con un ditale da ricamatrice ricoperto di zaffiri

-      Farle indossare un reggiseno color carne dell'ottava misura acquistato alla Upim

-      Farsi scopare con il getto dell'asciugacapelli bollente acceso sulla faccia

Questa ragazza mi ha confermato che il suddetto musicista nutriva un'attaccamento morboso per la madre e le sorelle.

Ogni viaggio riserva delle sorprese.

 

6:29 AM - 23 Comments - 8 Kudos - Add Comment

Friday, July 25, 2008

La vagina: lettura da ombrellone
Current mood: rejuvenated
Category: Blogging

Dopo una serie di interventi su afflizioni familiari, eutanasia, donne maltrattate, mi alleggerisco lo spirito con una dissertazione gioiosa e spensierata sui ginecologi e la vagina.

D'altra parte molti di voi (beati loro) hanno lo spirito già in ferie, e potranno sopportare di buon grado questa lettura da ombrellone.

 

Irresponsabilmente, non sono mai stata un'assidua frequentatrice di ginecologi, ma tre anni fa, capendo che l'età avanzava e che non potevo più esimermi, ho scelto che diventasse un appuntamento fisso con la mia salute di donna matura. Ed ho scelto un ginecologo uomo.

 

Dopo una serie di domande accurate sulla mia storia vaginale, mestruale, anticoncezionale, sessuale, mi dice di spogliarmi e di stendermi sul lettino con le gambe belle spalancate sui trespoli.

Me la guarda per qualche lunghissimo istante, senza far nulla.

Mi dice: "Sai, io sono anche Vulvologo, devo guardartela bene perché anche l'aspetto esteriore dà indicazioni importanti".

Io già mi sentivo morire.

 

 

Poi, tipo un sommelier della vagina, ha cominciato a decantarne le caratteristiche: "colore uniforme, nullipara…."

Nullipara?

E lui: "Nullipara significa che non ha mai partorito figli: si vede al primo sguardo che è una vagina che non ha mai affrontato un parto. Si vedrebbe subito se si trattasse di una primipara".

L'occhio dell'esperto.

Ne deduco che il termine PRIMIPARA indica una vagina che ha affrontato almeno un parto naturale.

Dopo il terzo figlio credo si passi direttamente alla definizione di "slabbrata", nonostante il termine medico sia MULTIPARA o PLURIPARA.

 

 

Subito il mio vulvologo mi racconta di come, dopo il parto, il compagno la senta diversa durante la penetrazione. Sottolinea: "Non mi vergogno a dire che speravo a mia moglie facessero il cesareo".

Insomma, una volta passato un figlio la vagina perde elasticità, tonicità, aderenza, e si fa un po' troppo larga.

Un mio amico di famiglia, quando è andato ad assistere sua moglie in sala parto per la nascita del secondo figlio, ha chiesto all'infermiera se, intanto che c'era, non poteva cucirgliela un po'.

Non si finisce mai di imparare.

Comunque, ritornando alla mia visita, il ginecologo conclude dicendo: "Davvero complimenti per il taglio, da che estetista vai?".

2:12 AM - 17 Comments - 14 Kudos - Add Comment

Tuesday, July 22, 2008

L’uomo mutanda, l’uomo capanna, e il povero Principe Azzurro
Current mood: focused
Category: Romance and Relationships

Ci sono delle cose che do volentieri come dati di fatto.

Ad esempio che la convivenza e la condivisione forzata di spazi, abitudini e tempo, ammazzino la passione. Per quanto dispendiosi e spesso poco pratici, sono un'accorata sostenitrice dei rapporti a distanza, e per distanza intendo qualcosa di molto semplice, tipo: tu a casa tua, io a casa mia. Magari nella stessa città, ma che i metri quadri calpestabili siano differenti.

Mi rendo conto che questo significa bollette separate, due mutui, pasti in dosi da single (notoriamente più costosi), e tutta quella serie di spese vive che l'indipendenza comporta.

Ma mi rendo altrettanto conto che la coppia non è una Srl, e vorrei evitare di arrivare alla convivenza con un uomo per ottimizzare il mio conto corrente e far sorridere il mio bilancio.

In ogni caso anche il lavaggio delle mutande sporche e la condivisione del water hanno il loro prezzo, anche se non viene pagato in moneta sonante.

 

Ho premesso quanto sopra perché altrimenti la distinzione che sto per fare potrebbe sembrare stralunata: quella tra l'uomo capanna e l'uomo mutanda.

 

Ogni donna, più o meno inconsapevolmente, nonostante tutte le rivoluzioni storiche, sociali e antropomorfiche (ci scommetto che a molte donne sono spuntati sotto sotto gli attributi), sceglie accuratamente l'uomo con il quale accompagnarsi. Purtroppo, per quanto emancipata, intelligente, istruita, la femmina dell'uomo tende ancora a riconoscere la necessità sociale di sposarsi o di condividere la capanna con un uomo adatto allo scopo.

Una volta individuato l'uomo capanna, che in linea di massima deve garantire stabilità e comunità d'intenti, si aprono le porte per la caccia all'uomo mutanda. O sciogli-mutanda, che dir si voglia.

La sinossi non è sempre quella sopra elencata, ovviamente. Non tutte pensano prima a soddisfare i dictat sociali e poi alla propria felicità (confondendo spesso i primi con la seconda). Oggigiorno capita anche che si saltelli con gaudio da un uomo mutanda ad un altro prima di decidersi ad individuare un uomo capanna: la generazione happy-hour oramai ha scandito tempistiche sociali molto più dilatate sotto questo punto di vista.

 

Lo spaesamento collettivo post rivoluzione sessuale ha tuttavia un po' confuso regole, ruoli e segnali primordiali, tanto che ultimamente vedo molte ragazze accanirsi nel tentativo di trasformare un uomo sciogli-mutanda in un uomo capanna: errore piuttosto grossolano e portatore di disastri epocali di indicibile portata. Oppure le vedo sempre più di frequente cercare di portare nella propria capanna l'uomo capanna di altre. Ulteriore disgrazia.

 

L'uomo col quale si decide di metter su famiglia difficilmente è un uomo mutanda. E difficilmente è quello che fa sbarellare e sbavare copiosamente su pavimenti, asfalti e tastiere. È fisicamente e chimicamente impossibile che fattori tipo "stabilità" e "sicurezza" riescano a sposarsi con cose tipo brividi, batticuori, colpi di testa e scopate furibonde da scrivania.

 

Se molte donne semplicemente capissero questo, si eviterebbero molti fraintendimenti relativi all'amore. La donna purtroppo è coraggiosa, ed è capace di mandare al macero un matrimonio per una cotta verso un collega, per il flirt con il capo, o per una scopamicizia travolgente.

 

Sotto questo punto di vista l'uomo ha le idee molto più chiare: il suo angelo del focolare rimane spesso intoccabile, indipendentemente dalla panterona palpitante che gli ribalta lo slip, donandogli spesso dei rigurgiti di giovinezza inattesi. Certo, per l'uomo è più che altro una questione di vigliaccheria più che di intelligente consapevolezza. Però sta di fatto che questo atteggiamento protegge il pilastro sociale ed evolutivo della famiglia, garantendo terreno adatto per la procreazione.

 

Le donne invece fanno casino. Hanno imparato questo gioco da poco, e perdono la testa. Pensano di essere innamorate, vogliono godersi una vita che poi non ritorna, necessitano di provare emozioni e di sentirsi di nuovo desiderate. E fanno stronzate a raffica.

 

Spero che imparino presto, le donne. A gestirsi capanna e mutanda nel migliore dei modi.

 

Non credo nell'amore eterno di default (sono pochi i fortunati che possono godere dell'incontro perfetto), ma credo fortemente in un rapporto che può funzionare tutta una vita per affetto, stima e volontà: la volontà di condividere un percorso e un progetto.

 

Distinguerei anche l'uomo capanna dal Principe Azzurro, figure che difficilmente coincidono. Anche perché qualsiasi Principe Azzurro, portato in una capanna, perde ogni sorta di titolo e colore.

 

L'importante, come sempre, è non fare confusione.

4:36 AM - 16 Comments - 13 Kudos - Add Comment

Thursday, July 10, 2008

Il Celodurismo di dio
Current mood: worried
Category: Religion and Philosophy

L'istinto iniziale era quello di scrivere una parolaccia. Un post fatto esclusivamente di una parolaccia, una bella e soddisfacente imprecazione.

Poi ho deciso di essere più esaustiva, giusto per farmi capire meglio: per una che scrive farsi capire diventa una faccenda piuttosto importante.

 

Parlerò di eutanasia. Parlerò dei due principali tipi di eutanasia: quella PASSIVA e quella ATTIVA.

La passiva si pratica quando un paziente sopravvive solo grazie al supporto di una macchina che respira per lui, mangia per lui, batte per lui: si decide di "staccare la spina", come ormai si usa dire.

L'eutanasia attiva è invece quella praticata su un paziente terminale che chiede che si ponga fine in via anticipata alle sue pene, aiutandolo a morire.

E quando si dice "terminale" si intende clinicamente senza speranza. Non è un giudizio personale e opinabile, è un giudizio medico. Certo, uno è libero di credere nei miracoli, ma uno è anche libero di non crederci, soprattutto nel momento in cui l'effetto sedativo della morfina non è più percepibile e il dolore risulta insopportabile.

 

Avevo uno zio, operato di cancro alla faringe, ormai terminale. Una sera ha cercato di buttarsi dal balcone della sua stanza perché non riusciva più a sopportare il male. L'hanno fermato in tempo, in tempo per permettergli di gustare tutta l'infernale sofferenza delle sue ultime 8 ore di vita.

All'alba, mentre si lamentava nel letto, gli è scoppiata la carotide. Avete presente quella grossa vena che passa ai lati del collo e va al cervello? Ecco, gli è scoppiata proprio quella. Ha colorato tutti i muri della stanza, perché fin quando il cuore ha avuto la forza di pompare, il sangue sgorgava a spruzzi e fiotti dal suo collo.

Mio zio non aspettava nessun miracolo: semplicemente la sera prima avrebbe voluto evitare di morire come un maiale sgozzato, facendolo magari più dolcemente.

 

Di storie come queste ce ne sono migliaia, e ognuno di noi ne conserva parecchie nella sua storia. L'anno scorso è morta una mia ex-compagna di classe. Non siamo mai state particolarmente legate: sapevo che era malata da diversi anni, cancro anche in questo caso. Ma quando sono andata a rendere omaggio alla sua salma non mi sarei mai immaginata uno spettacolo del genere. Di morti ne ho visti tanti, ma un cadaverino come il suo, piccolo, ossuto, con i denti e gli occhi in fuori non mi era capitato mai. Quando sono tornata a casa da mia madre le ho fatto giurare che non mi avrebbe mai e poi mai fatto ridurre così. Non certo perché disdegnerei di essere brutta il mio ultimo giorno sulla terra, no. Ma solo perché da quella bruttezza è talmente facile intuire il dolore che c'è stato dietro, da poterne provare solo orrore.

Io non ce l'ho quella forza, e non ce l'ho quel coraggio, e non so nemmeno perché lo si chieda e pretenda, un coraggio simile: la stoica e cristiana sopportazione del dolore in nome di???? Non mi è mai riuscito di capirlo.

La risposta immediata che mi viene è: in nome della sottomissione, in nome dell'obbedienza, in nome della stupidità. Come una prova di forza.

 

Capisco, tuttavia, che sia difficile aiutare qualcuno a morire. Spero solamente, nel caso in cui mi ci trovassi io in quel sudario, che qualcuno abbia la misericordia di darmi una mano, o di lasciare che io lo faccia da sola, avendone la forza.

 

Capisco che l'eutanasia attiva sia di difficile gestione morale, ma l'eutanasia passiva no, lì proprio non capisco cosa ci sia di difficile.

 

Questo post nasce dalla cronaca di questi giorni che ruota intorno alla vita di una ragazza attaccata al respiratore da 12 anni.

Il partito della "vita a tutti i costi" la vuole così, un vegetale. Chissà com'è la vita di un cipresso.

Quella ragazza non è in vita perché dio vuole che lo sia, ma perché l'uomo ha ideato una macchina in grado di tenerla in vita. Quindi immagino che se in futuro l'uomo fosse in grado di ideare un refrigeratore in grado di conservare a cuore battente tutte le persone cerebralmente morte ed in stato vegetativo, il mondo si riempirebbe di ghiacciolini di tutte le razze che farebbero la fortuna della Rex e della Whirlpool, proiettati in un futuro senza fine.

Figata!

Una vita della madonna.

Io non ci vedo nessun dio in tutto questo. Se qualcuno ce lo vede, povero lui.

Ma credo che sia diritto di ognuno scegliere se vivere la propria vita come una camelia o come una persona, nella sua dignità di individuo cosciente e senziente.

Continua a venirmi in mente il CELODURISMO, questa corrente filosofica tanto di moda. Dio, la Chiesa, o chi per loro, mi pare amino da morire il CELODURISMO, un gioco a chi la vince su questa o quell'anima.

Soffri ed espia, peccatore.

Sopporta, taci e prega, fino alla fine, perché la vita non è tua, ma è un dono.

Tanto poi c'è il regno dei cieli.

Anche in uno stato laico.

12:39 AM - 18 Comments - 9 Kudos - Add Comment

Monday, June 30, 2008

Il coraggio di chiedere aiuto, e le scelte felici
Current mood: awake
Category: Blogging

Mi sono ritrovata che avevo 27 anni, e chiacchieravo in un bar con un gruppo di amiche.

È venerdì sera: parlare di uomini e di sesso davanti ad un moijto è fin troppo facile.

Salta fuori la mia predisposizione perenne a scegliermi uomini inadeguati: sempre troppo giovani, sempre troppo deboli, costantemente in ombra al mio fianco. Spiego che le mezze calzette mi rassicurano.

Sessualmente aspettano. Che sia io a trovare il momento, che sia io a fare la prima mossa. Non mi fanno sentire in pericolo, non fanno suonare i miei allarmi, non lasciano alzare le mie difese.

È inutile negarlo: l'uomo che avventa la sua zampa sulla zip dei miei pantaloni ha un effetto raggelante sulla mia libido.

Vanessa sa, e mi guarda. Vanessa conosce molta della mia storia personale, e finalmente mi sbatte sul tavolo la frase: "Tipico di chi è stata maltrattata, o abusata".

Finalmente qualcuno l'ha detto.

"Lo so", rispondo.

Vanessa ha scoperchiato un pentolone infernale: quello della doverosa presa di coscienza.

Il mio specchio interiore mi restituisce un'immagine bugiarda, e capisco che 27 anni facendo finta di niente, e sempre sottovalutando, sempre sbagliando, sono già fin troppi.

Riesco a trovare un centro, a Milano, che si occupa e si prende cura, gratuitamente, di donne che hanno subito maltrattamenti, violenze, abusi, di ogni genere e in ogni frangente.

Prendo il coraggio, quello che ti viene quando decidi che vuoi essere felice, e fisso un appuntamento.

Non vi sto a raccontare la tragedia interiore di trovarsi di fronte alla propria miseria, e di doverne parlare. Ma vi racconterò di quello che succede in centri come questo.

Il supporto psicologico è quello di cui io ero alla ricerca, perché volevo capire davvero le mie dinamiche affettive, e quelle sessuali. Capire per me è stato il primo passo verso la "guarigione". Ma al centro era possibile trovare condivisione e assistenza, oltre che supporti di tipo pratico: consulenze legali e mediche, aiuto nella ricerca di un lavoro. Il tutto in un ambiente discreto, rispettoso e anonimo.

Dopo un colloquio introduttivo, ho fatto un ciclo di sedute con due terapeute. Io, e loro due.

Sempre in due, e i motivi possono essere molti, ma sicuramente perché questo limita in parte la dipendenza affettiva che molte donne ferite tendono a sviluppare.

Quando le mie due terapeute mi hanno giudicato pronta, sono stata inserita in un gruppo di auto-aiuto, insieme a donne con una ferita simile alla mia, ma con storie profondamente diverse l'una dall'altra.

L'effetto è stato dirompente.

Non solo ho potuto assistere alle atrocità e alle meschinità di molte forme d'amore, o di presunto tale. Ma ho visto con i miei occhi stupefatti quanto le dinamiche psicologiche e sociali che ruotano attorno a certe forme di disagio siano sempre le stesse.

Ho ritrovato in tutte quelle donne la negazione, per buona parte della vita, di quello che stava accadendo loro. La bugia vergognosa con la quale scendevano a patti per non dover ammettere le mostruosità che venivano fatte loro.

E purtroppo, nella schiacciante maggioranza dei casi, non da sconosciuti o da immigrati clandestini, non nello squallore di una metropolitana o nel buio di una via isolata: ma da padri, mariti, zii, nonni, amici, vicini di casa, ex fidanzati, nella tranquillità poco confortante del focolare domestico.

E per "schiacciante maggioranza" intendo un buon 80%, da leggere per difetto. Perché se è vero che si denuncia volentieri uno sconosciuto, quasi nessuno denuncia il proprio padre.

Non è difficile capire che quando si impara l'amore in questo modo, l'amore lo si leggerà sempre in una chiave deviata.

Una bambina picchiata e maltrattata spesso sceglie, crescendo, un compagno violento, perché pensa che quella sia l'unica forma d'amore che le spetta e di cui conosce perfettamente le dinamiche: una calda e rassicurante coperta di Linus fatta di umiliazione e percosse.

I rapporti interpersonali sbagliati con cui dover fare i conti sono molti, perché la rete di silenzio che circonda queste prevaricazioni non è formata solo dall'abusante e dall'abusato, ma anche da tutta una serie di connivenze collaterali di chi sa ma tace, di chi sospetta ma fa finta di nulla, in nome di un sordo e vigliacco quieto vivere.

Una donna che decide di lasciarsi aiutare da un centro di questo tipo è una donna che vuole interrompere la sua catena di infelicità, trovando il coraggio di mettere in discussione tutta la sua vita. Questo spesso significa dover incolpare le persone che ama, e scegliere magari di perdonarle. Significa capire di meritare qualcosa di diverso, e di non avere colpa di nulla.

Perchè per scegliere di essere felici ci vuole in questi casi un gran coraggio.

Il percorso è diverso per ognuno, così come ogni storia è diversa dall'altra, ma chiedere aiuto a chi è preparato per darlo diventa fondamentale: da sole è quasi impossibile trovare la chiave di lettura giusta, e soprattutto la strada vincente.

Da sole è difficile poter capire davvero la gravità di quello che ci è stato fatto, e l'ingiustizia profonda che si nasconde dietro ad ogni tipo di prevaricazione. È difficile capire fino in fondo il diritto di ognuna di noi ad una vita piena, soddisfacente, ad un amore felice, sereno, equilibrato.

Chiedere aiuto è anche un modo per rompere la solitudine, e la condanna intrinseca che ogni solitudine comporta.

In quel centro ho conosciuto tante donne splendide e sofferenti, e le ho viste rifiorire nei mesi, prendendo consapevolezza e sicurezza, prendendo in pugno la loro vita.

Ho deciso di scrivere questo pezzo mentre sto leggendo "La fabbrica degli angeli" di Jessica Gregson, per ribadire i diritti, le scelte, e le opportunità che oggi possiamo avere.

E che abbiamo l'obbligo morale di afferrare con forza.

 

 

http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article2425

 

9:17 AM - 8 Comments - 8 Kudos - Add Comment

Sunday, June 29, 2008

Un’altra verginità persa, grazie a GP Magazine
Current mood: amused
Category: Blogging

Ebbene sì, è arrivato anche il mio momento. Ho dovuto dire addio ad un'altra delle mie ancora numerose verginità.

Sabato scorso, 28 giugno 2008, è stato il mio trentaquattresimo (scritto in lettere impressiona meno) compleanno, e uno dei più bei regali che io abbia ricevuto è stata la pubblicazione della mia prima intervista su www.gpmagazine.it (pagg. 30-31).

Devo però anche dire che a rendere speciale questo compleanno ci sono state le attenzioni copulative del Conte Max, sabato sera a cena: erano anni che un maschio non mi corteggiava così spudoratamente. Questo cucciolo precocissimo di Terrier, dopo qualche carezza, ha allegramente allietato la mia serata con avances lusinghiere verso il mio braccio, la mia gamba e la mia borsetta.

http://cdn-www.dailypuppy.com/media/dogs/anonymous/Ollie_Jack_Russell_Terrier_02.jpg_w450.jpg

Però un'intervista è un'intervista. Ringrazio Sara De Carlo e le sue domande, a cui è stato un vero piacere rispondere.

E poi, cosa volete che vi dica: speriamo che Valentino Rossi la legga!

11:42 PM - 5 Comments - 4 Kudos - Add Comment

Tuesday, June 10, 2008

Varie ed eventuali (salvatemi!)
Current mood: aggravated
Category: Blogging

Scusatemi se qui sotto leggerete fesserie, ma ormai sono al livello di guardia in cui le occhiaie superano l'abbronzatura artificiale: esaurimento: 1 – raggi ultravioletti: 0

VARIA ED EVENTUALE N.1

In Myspace ho trovato una scrittrice, o meglio: una che ha pubblicato un libro. O forse anche più di uno, non so. Leggo i suoi blog, i suoi interventi, i suoi bollettini, e mi sembra un'idiota. Non tanto per i concetti espressi: di fatto ognuno è libero di dire e pensare ciò che vuole, sempre che "pensare" sia un'attività che venga esercitata prima di passare alla fase del "dire" (ordine che anche a me ogni tanto sfugge).

Mi riferisco proprio proprio proprio alla lingua italiana: sto cercando da tempo di capire se pensa in dialetto e cerca poi di scrivere in italiano o se semplicemente ha sbagliato mestiere.

Spero vivamente che la sua casa editrice le abbia rivisto le bozze o che lei sia ottimisticamente una prestanome per il romanzo di qualcun altro. In ogni caso, i misteri dell'editoria mi restano imperscrutabili.

VARIA ED EVENTUALE N.2

 Ho appena finito di leggere un romanzo piacevolissimo dal titolo "La vita è un'altra cosa" di Cattelan & Agliardi. Oltre ad essere di scorrevole lettura, divertente ed intenso, affronta come tema principale quello dei personaggi intrappolati nelle canzoni. I due protagonisti vanno alla ricerca di Sally di Vasco, di Anna e Marco di Dalla,  di Chicco e Spillo di Bersani: su e giù per l'Italia a scoprire che fine hanno fatto questi indimenticabili, dopo essere stati immortalati dalla musica e nelle parole di cantautori d'eccezione.

Allora riflettevo sui personaggi intrappolati dal cantastorie più grande di tutta la canzone italiana: Fabrizio De Andrè. Non credo esista nessun narratore alla sua altezza, nessuno che abbia mai saputo raccontare della gente, della sua gente, come lui ha fatto.

Marinella che cade nel fiume e muore dopo una notte d'amore, Piero che viene assassinato in guerra per un'esitazione e una gentilezza, Michè che uccide per amore e poi si toglie la vita in prigione, Bocca di rosa che metteva l'amore sappiamo tutti dove, il Giudice nano superdotato, il Fannullone che dorme 14 ore al giorno e che non riesce a stare lontano dalla luna, Carlo Martello che ritornato dalla battaglia di Poitiers scopre con disappunto quanto sia aumentato il costo delle puttane.

E poi ancora Teresa che abortisce il figlio del bagnino e poi lo guarda con dolcezza, Angiolina che si veste da sposa e canta vittoria, Sally che va a giocare con gli zingari nel bosco, Andrea che si è perso e non sa tornare nemmeno grazie ai suoi riccioli neri.

E poi Amico Fragile, uno che ti entra nel cuore come un pugnale.

Non c'è niente, e nessuno, che possa scrivere qualcosa di più bello.

VARIA ED EVENTUALE N. 3

Dicono che l'importante sia esserci.

E allora mi sono iscritta anche a Facebook.

In realtà credo che Facebook sia una piattaforma che serve a qualcosa che assomiglia a "poco meno di un cazzo".

Allora, per riempire l'inutilità di questo strumento, i suoi ideatori hanno visto bene di riempirlo di quizzzzz e tesssst, tanto per allietare gli utenti che altrimenti si annoierebbero a morte.

Beh, diciamo che anche i test sono un disastro. Che poi uno li fa perché è curioso, è un conto. Però io avrei una mezza intenzione di ribellarmi.

Di me è emerso quanto segue:

  • Il dipinto che mi rappresenta è l'Autoritratto di Van Gogh, e uno dei motivi è perché risulto piuttosto sociopatica
  • Il frutto che mi rappresenta è la Banana: sono morbida, dolce, arrendevole e spesso la gente si approfitta della mia vulnerabilità e assenza di stima. Le mie relazioni sentimentali sono sempre dominate dall'armonia (?!!!)
  • Il paese che mi rappresenta è l'Iraq, principalmente perché non riesco a farmi rispettare e la gente stenta a capire che dentro di me c'è molto di più che del buon cibo (tra l'altro non sapevo che l'Iraq fosse rinomato per la cucina)
  • Il personaggio di Sex and The City che mi rappresenta è Charlotte, la romanticona del quartetto. Insomma, la figa di legno.
  • Il politico che mi rappresenta è Walter Veltroni, dato che devo portare pazienza per la scarsità dei risultati

Qualcuno sa se insieme all'iscrizione a Facebook c'è un kit-psico-terapeutico in omaggio?

 

VARIA ED EVENTUALE N. 4

Buffon chiede scusa agli italiani.

Ebbene, Buffon è un portiere. Della nazionale di calcio, ma pur sempre un portiere.

Quanti politici dovrebbero farlo e non lo hanno fatto invece mai?

E poi, guardando la cosa da un altro punto di vista, noi italiani siamo un popolo verso il quale un calciatore si sente in dovere di porgere le sue scuse per una sconfitta agli Europei.

Ma cominciare a pretenderle, queste scuse, da chi ci ha governato e ci ha portato dove siamo?

Quella frase "Chiedo scusa agli italiani" mi sarebbe piaciuto sentirla da ben altre bocche.

 

1:48 PM - 11 Comments - 4 Kudos - Add Comment

Friday, June 06, 2008

Il tradimento del cuore
Current mood: sad
Category: Life

Conosco un uomo, nella fattispecie mio padre, che ha vinto tutto quello che si poteva vincere a cavallo della sua bicicletta.

Certo, quando si è trattato di scegliere tra la carriera  e la famiglia, ha scelto noi.

Ma fino a quel momento aveva addirittura vinto anche l'oro europeo.

Quando sono nata io mi hanno fatto un bel trafiletto sui giornali: la primogenita di Torresani scoppia di salute (nonostante tutti si aspettassero un maschio che seguisse le orme del padre).

Guardo le foto di quando ero piccola, e mi contemplo in braccio a questo bronzo di Riace dal fisico perfetto. Peccato gli mancassero i denti: quel sorriso a intermittenza rovinava un po' l'insieme, ma tenere la bocca chiusa lo aiutava, quantomeno in fotografia.

Nel suo periodo d'oro mio padre vantava 60 battiti cardiaci al minuto, 80 quando andava sotto sforzo agonistico. Un leone.

Un uomo tutto gambe, fiato e cuore.

La sua vita è stata costellata di molti raffreddori.

Per il resto si limitava a guardare noi, le sue tre donne, entrare ed uscire da asiatiche, canadesi, aviarie, gastro-enteriti, bronchiti, dismenorree, depressioni, ascessi, eczemi.

Capita poi che tre anni fa, alla vigilia di Natale, ha un collasso. Dimesso dal Pronto Soccorso dopo un'ora con la diagnosi: "congestione".

Due anni fa invece si prende un colpetto: infarto cerebrale causato dalla chiusura di una carotide al 40%. Fortunatamente nessuna conseguenza e nessuna operazione necessaria. Solo una terapia a base di anticoaugulanti, per sciogliere il sangue.

Intanto mio papà cammina, e ricomincia a correre.

Riporta il colesterolo a valori che io posso solo invidiargli, perde tutto il peso in eccesso causato dal pensionamento. Riprende il ritmo di un tempo, e la forma.

Quest'uomo non ha mai fumato, non ha mai bevuto.

Non ha il diabete, non soffre di ipertensione: è sempre stato bradicardico e ipoteso.

Non ha colesterolo, né trigliceridi, né ereditarietà.

Ogni tanto però, quando corre, gli viene un dolore da sforzo, al polmone.

Mia mamma, infermiera dalle attitudini piuttosto allarmiste, prenota due settimane fa un cardiogramma.  Puro scrupolo. L'ECG rivela onde anomale. Che di fatto arrivano come uno Tzunami.

Ringraziamo dio per la pignoleria di cui ha dotato il Dott. Mussida, che ce lo fa ricoverare per indagini in cardiologia a Lodi.

Dico la verità: eravamo tranquilli.

Quando gli propongono la coronografia non sappiamo nemmeno se fargliela fare o meno, data l'invasività dell'operazione e l'apparente stato di totale salute di Torresani il vecchio.

Poi alla fine decidiamo per il sì, tanto che ci siamo.

Durante la degenza pre-coronografia, abbiamo visto entrare vecchi decrepiti, fumatori marci, ciccioni rubicondi in fase di esplosione: tutti uscivano con il loro bello standino riparatore e buona notte al secchio.

Giuro.

Quando ho visto uscire mio padre da quella stanza, mi sono mancate le forze.