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July 19, 2008 - Saturday
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"Sollevati un secondo, lasciami respirare."
Category: Writing and Poetry
Sollevati un secondo, lasciami respirare. Sollevati un secondo, lasciami respirare. Sollevati un secondo, lasciami respirare. Sollevati un secondo, lasciami respirare.
Poi la femmina è caduta, senza più vene da gonfiare. Una sola gola bianca, un fianco e un seno o due. E il suo maschio svuotato al sole, un sole ingordo di cicale. Osserva un formicaio e fuma Winston blu, passeggiando.
4:00 PM
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June 9, 2008 - Monday
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Illesa
la tua testa tra le mie gambe lasche ha il peso di marte mentre ti ascolto parlare e poi ti ascolto dormire impropriamente allacciato vorrei dirti tante cose ma non riesco evidentemente qualcosa mi ha lasciato pulita e qualcosa di te mi macchierà costantemente per questo la mia bocca rimane cucita soppesando memorie da lanciare come dadi sulle assi di legno guarda come tutto rotola posso chiamarti Amore ancora una volta posso? hai detto di aver compiuto ogni sentimento per me che tutte le orbite sono rimaste vuote non c'è altro, più niente, salvo un osso duro senza polpa gettato qui tra noi così malamente attorcigliati e sovresposti quale razza di pianeta andremmo quindi cercando nel solito meccanismo vorrei dirti che non possiamo continuare a vederci se ho capito di amarti allora mi chiederai se ti amo e io mi metterò a ridere e con il cuore in mano, hai presente il cuore vestito elegante il cuore come fosse domenica uscirai da queste gambe ed io ne uscirò illesa
4:00 PM
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May 31, 2008 - Saturday
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ORIENTE
- E dell'incendio, cosa dicono dell'incendio? Guardai la scena che si srotolava come una tendina veneziana dipinta, mentre tu chiudevi la porta e noi, che non eravamo più noi, ci trovammo di colpo rinchiusi nella stanza di cento anni prima, senza più cose superflue da dire. Mi trovai seduta sul bordo del letto che un giorno avresti potuto identificare come quello della tua vita, per questo sedevo delicata e composta, per non sgualcirlo, non sopportando il pensiero di sentirmi responsabile o in debito di qualcosa, quel giorno. Scivolai sul pavimento perché avevo caldo e ti volevo. Dopo lo schiaffo dei corpi, mi tornarono in mente le almeno cento stupide ragioni necessarie a dividerci, così mi strinsi ai tuoi vestiti, la sola cosa che avrei potuto sottrarti senza dare nell'occhio, mentre tu camminavi qua e là nudo nella stanza, indaffarato a raccogliere i pezzi della tua pipa turca. Fumai per non piangere, credo. Aspirai quel momento, tutto intero, tutta l'aria e tutto te, fino a tossire e farti ridere. Perché sarebbe venuto, un'altra volta ancora. Venuto senza fine.
- La sola cosa che sappiamo è che si propaga da Oriente, perché è là che ogni cosa rinasce. E mi sollevai dal tappeto, abbracciai un cuscino e guardai la sfera incandescente sorgere e dividerci, con una logica meccanica e spietata che dovemmo accettare per ristabilire l'amor proprio e ripristinare le distanze.
6:32 AM
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May 29, 2008 - Thursday
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Stoccolma
La durata e l'intensità dell'esperienza, la dipendenza unitamente all'aumentare del tempo trascorso insieme e all'isolamento dal resto del mondo agevola l'alleanza.

4:00 PM
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March 15, 2008 - Saturday
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Henry James Fellatio
«Ti amo molto, Isabel.» «Ebbene, se mi ami molto, lasciami molto tranquilla.»
4:00 PM
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March 11, 2008 - Tuesday
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UN ESERCIZIO PIACEVOLE
Un tempo credevamo questo mondo sicuro e ci arrangiavamo per accaparrarci ogni sorta di inutile trofeo, annoti nell'aria della cucina, allegorico e affamato.
Dico che la pensi così soltanto perché è gennaio. Scolo la pasta e aggiungo che è un peccato non esserci stati quando gli anfibi sono diventati rettili. Fai la faccia che chiede chiarimenti e domandi se il parmigiano sia finito. Mi interessa sapere cosa ne pensi dei cambiamenti e dell'evoluzione. Imposti la voce intellettuale: certamente si è trattato di predisposizione all'adattamento. Ti siedi, spargi parmigiano, pronunci un frettoloso buon appetito. Io ti guardo nutrirti e penso che se mi lascio ancora avvicinare da te e mangio ancora dalla tua mano e ammortizzo ancora così bene le tue carezze, può darsi che sia vera quella storia, che una certa tipologia d'amore spunti fuori all'improvviso, come un herpes, cercando di fregarti in un momento d'immunodeficienza e carenze alimentari, ma poi perduri e ti contagi tutta l'esistenza di cose belle, come ad esempio il fatto che questa carbonara finalmente ti piaccia abbastanza da non farmi notare cos'è che a tuo parere manca.
Arrotolo gli spaghetti attorno alla forchetta e ti dico che dev'essere per questo che si fanno i bambini. Anche perché, qualche settimana fa, mentre disorientavamo la casa spostando i mobili secondo le tue nuove logiche feng-shui, ho percepito imminente la nostra estinzione. Arresti il volteggiare della tua forchetta, fai una faccia ancora più interrogativa e t'informi se per caso c'è qualcosa che devo dirti. Mi interessa sapere cosa ne pensi dei cambiamenti e dell'evoluzione, tutto qui, io penso sia l'unica deformazione che permetta di proseguire. Vuoi proseguire? Voglio proseguire. Quindi cosa ti aspetti? Mi aspetto qualcosa che ci renderà primitivi e imbecilli – dico - in fondo stiamo scoprendo il fuoco con qualche era di ritardo, in fondo, - inizi la frase "Non sono convinto che…" non facendo caso alla fine della mia – stiamo solo procreando.
Non sono convinto che il mio proseguire cambierà le sorti dell'umanità, – dici - ma l'evoluzione ci ha rincoglioniti un po' tutti, quindi meglio arrancare fuori dallo stagno senza troppe paranoie evolutive. E poi dici: diciamo che ogni cosa andrebbe contestualizzata, che c'è una dimensione storica da non sottovalutare e che comunque, al di là di tutto, scopare è un esercizio piacevole. Mi verso del vino, ci rifletto sù, e poi inizio a farti un breve elenco dei nomi femminili che mi piacciono e non troverei volgari su mia figlia e quando arrivo al sai dicono che se si è incinte di un maschio la pancia ti viene a punta, tu di colpo mi guardi come uno che deve avere realizzato qualcosa di sconvolgente ma esatto. Mi sento in dovere di sdrammatizzare, così sospiro e dico: certamente, certamente si è trattata di predisposizione all'adattamento, quell'ovulazione fortunata al Best Western di Oslo.
Non riesci più a ingoiare il boccone, ti alzi e lo sputi nel lavandino, e poi ti metti a sorridere tra l'incredulo e il cretino, apri le braccia, poi le richiudi congiungendo i palmi, successivamente componi diversi tipi di facce difficilmente interpretabili e poi, a un certo punto, ti metti a lacrimare, e a quel punto la cucina è tutta invasa da un materico giallo, giallo polline e giallo zafferano, e quando smetti di lacrimare, cominci a starnutire, disperatamente felice e molto soddisfatto del tuo lavoro (non so quale lavoro, ma è la stessa soddisfazione che provi quando, ad esempio, hai appena lavato l'auto), e ti dico è la tua allergia di primavera, mi dici col cazzo amore non è mai primavera a gennaio, e dici che ti senti già la coda da caimano e non l'avevi previsto e Ma proprio a Oslo, sicura fosse a Oslo? E Vedi che era di fondamentale importanza tenersi in esercizio quotidiano? Detto ciò mi trascini con il solo ausilio delle labbra sul divano, dove, non estinti e quindi salvi, ci stiamo ancora una volta esercitando.
1:26 AM
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February 28, 2008 - Thursday
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RITRATTO DI SIGNORA CON MANI TENERE
Si è seduto sul divano a gambe volgarmente divaricate, palmi posizionati sulle ginocchia e mi ha detto. Per prima cosa elencami tutti i motivi per i quali rischierei di diventare una delusione senza ritorno. Delusione per chi? Per te. Ah. Ho accavallato una gamba, mi sono accarezzata il collo, ho risposto. Può esistere una delusione se non esistono aspettative? Lui ha sollevato la mano destra, ha fatto un gesto come dire mah non saprei, è rimasto in silenzio un po’ più a lungo del solito e poi ha detto. Non ti sei fatta nessuna aspettativa riguardo noi due? Mi sono messa ad attorcigliarmi i capelli e a guardarlo negli occhi, non avendo nulla da dire finché lui ha detto. Come sei bella quando fai quel gesto. Lui ha detto. Non sai da che parte voltarti ma è normale, sei così giovane. E ha detto. Voltati a me. E poi. Io ho tutto ciò che ti serve. Cos’è che mi serve? Potrai vivere da signora e potrai non lavorare e potrai realizzare i tuoi sogni senza mai sporcarti quelle piccole mani che tieni in modo così tenero, l’una nell’altra, adesso, come a pregarmi di piantarla con queste pretese, ma io ti voglio, voglio te, signorina, solo te. Sono piccole? Direi. Piccole e belle. Pensi che siano piccole e belle e che non vadano sacrificate per questo? Penso che non reggerei un altro mese a queste condizioni e che dovresti prendere una decisione. Mi sono alzata e anche lui s’è alzato. Ci siamo alzati e io ho detto. Ti dirò cos’è che voglio per queste piccole mani, allora.
E ho detto. Voglio guadagnarmi la mia parte di bottino e nel frattempo coltivare figli e patate. Voglio cucinarmi ogni sera puré e voglio leggere libri usati perché come li metti restano aperti, senza doverli tenere in mano. Non credo, detto con tutta onestà, che mi serva altro. Lui ha riso con la bocca volgarmente spalancata, con la saliva che si tendeva in filamenti da una parte all’altra del palato, io ho guardato le tende dietro di lui e atteso che smettesse di ridere. Perché ridi? Perché sei tanto tenera. Tenera? Tenera. Cosa significa tenera. Come cosa significa. Niente, mangiamo, hai fame? Sì, mangiamo. Ho indossato un guanto, ho aperto il forno, mi sono piegata e lui ha guardato il mio sedere tendere la stoffa dei pantaloni bianchi di lino. Ho posato la teglia sulla tavola mentre lui era intento a disporre due piatti, due bicchieri, quattro posate, l’apparecchiava. Ho preso una forchetta e gli ho servito la cena, sorridendo come la moglie che gli avrebbe fatto comodo e che stava cercando nel posto sbagliato. Sembra delizioso, che cos’è? Mi sono sciacquata le mani sotto il getto del rubinetto, mi sono bagnata la faccia, dietro le orecchie, i polsi, a lungo, poi mi sono voltata a lui come richiesto, sgocciolando, tutta bagnata, e ho detto. Dunque. Hai presente quella serie di animaletti teneri che mi hai regalato da quando ci siamo conosciuti ad oggi? Ho fatto una pausa, non perché lui mi rispondesse che aveva presente la serie, ma per guardare nel suo piatto. Poi ho detto. La nidiata di topi russi è il micro-spezzatino sulla destra. Al centro c’è la coppia di pappagallini inseparabili opportunamente legati tra loro con lo spago, non ingoiartelo. Quello più grosso è, per esclusione, il coniglio.* Le vuoi due patate? Ha fatto una certa faccia, come di uno che sta per ridere ma poi non se la sente. Ha incassato il colpo, assaggiato il primo topo, perché l’uomo innamorato e non corrisposto diventa talmente testardo da non distinguere il bene dal male.
Ha detto. Ma tu non mangi?
* Non si è mai accorto della loro assenza. Non mi ha mai chiesto dove fossero gli animaletti. Imbustati, catalogati e congelati, non mi ha mai chiesto dove fossero finiti i suoi regali. E’ stato per questo. Non avrei mai potuto sposare un uomo completamente privo di spirito d’osservazione.
4:01 PM
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February 19, 2008 - Tuesday
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Cromosoma
Non scelsi l'occhio né il vino né l'amore -
ma scelsi lo sguardo l'ubriachezza l'essere due.
4:00 PM
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February 12, 2008 - Tuesday
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ENDING NOTE
Stai parlando sottovoce contro la mia bocca. E' una stanza dal soffitto alto, il pavimento di graniglia, l'aria viziata. La luce è quella declinante dei pomeriggi d'inverno privi di sole, entra dalle fessure delle persiane ed è soltanto capace di fornire mediocri suggestioni. E' la stanza che siamo stati verso la fine. Non conoscevamo quel momento ma lo stavamo aspettando. Era stato dichiarato dallo sfinimento dei frutti, dalla falciatura del grano, dall'abbronzatura sul fondo della vasca. Ciascuno per la sua strada abbiamo detto, e io ho pensato ci strapperemo e il sangue allagherà le strade.
Al centro della stanza noi due, noi com'eravamo quel giorno. La versione pessima. Abbracciati a un silenzio quasi erotico decretato dalla fine di una canzone. Tu afferri la mia lacrima nel pugno, io non devo piangere. Mi chiedi ti prego non farlo. Carezza. Stai parlando sottovoce contro la mia bocca. Stai fiatando il tuo elenco di ottime ragioni per fare pessime cose. Conto gli anelli che abbiamo alle dita, conto i rombi del tappeto. Non hai più cura di niente ma credi che stringermi renda le cose più oneste. Cerchi i miei occhi tra i miei capelli, frughi con le mani che vorrei allontanare, fumi sigarette, il fumo sale verso l'alto mentre raccogli la tua testa e smetti di parlare. Dici che comunque non smetterai mai. Intendi di amarmi e io non sento quelle parole ma posso guardarle scendere come pulviscolo nell'aria verso il pavimento. L'aria è pesante, viziata, dolorosa. Il rumore della città entra di colpo quando apri la finestra e non rimane più nulla di compatto a separarci dal resto. La gente può entrare a vedere in quale modo ci siamo strappati. Tu hai usato la tenerezza, mi hai fregata così, con una tenerezza che non ti ho mai visto fare. In quel momento ne possiedi tanta da impiccarmi. Stringi il cappio e scalci lo sgabello. Mi guardi dondolare. Con tenerezza tutto quanto.
E' stato quel lento declinare del sole sopra le nostre teste, il deprimente sfiorire delle piante, i giorni più corti, le piogge che si abbatterono su quell'ammasso di estati rigogliose che iniziava a marcire, l'odore dolciastro. La fine che fanno le cose aveva intaccato anche noi. La nostra pelle era cambiata, il viso appariva stanco, il corpo che avevamo formato si muoveva pesante, bloccava i movimenti all'uno e poi all'altra, c'era fastidio in noi, c'era fraintendimento, c'era la versione più rassegnata e spenta della gelosia. Avevamo deciso di metterlo in viaggio, avevamo guidato verso sud. Lo scopo era raggiungere una camera che non contenesse il ricordo di com'eravamo, le cicale e tutte quelle cose.
Ti chiedevo a cosa stessi pensando. Mattino e la luce chiara del bagno sulle lenzuola. Il mio viso sul cuscino, il tuo viso insaponato nello specchio. Ti facevi la barba e ridevo delle tue smorfie sistematiche. Ti chiedevo a cosa stessi pensando e non ero in grado di immaginare ciò che mi avresti risposto tornati da quel viaggio. Quello era un mattino per stiracchiarsi tra le lenzuola e guardare un rettangolo di cielo limpido dalla finestra. Era un mattino per credere che un giorno mi avresti detto voglio fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi. Scrollavi il rasoio nel lavandino e lo ripassavi sugli zigomi. Alzavi il mento e portavi via la schiuma dalla gola. Rispondevi di non pensare a niente e mi sorridevi nello specchio. Io mi alzavo e ti raggiungevo scalza con addosso una tua maglietta. Mi lavavo i denti col tuo stesso spazzolino blu. Scendevamo a colazione e ti mettevi a leggere un giornale. Spremuta d'arance e cornetti caldi. Avevo una gonna a ruota e un paio di stivali a tacco alto, una maglia a righe e il rossetto. Ti accendevi una sigaretta e mi chiedevi il significato di alcune parole in francese perché ti veniva in mente una canzone di Edith Piaf a guardarmi così. Tornavamo alcuni minuti in camera a fare l'amore e prendere i bagagli, salivamo in macchina e attraversavamo la campagna laziale febbricitante nell'aria di novembre e ricordo di aver pensato che era un peccato non camminarci sopra a piedi nudi.
Siamo tornati. Siamo andati via, poi siamo tornati. Riesco ancora a sentire il rumore delle rotelle sulla salita di asfalto, il peso di quelle valigie quasi vuote, la chiave nella serratura, vedere il modo in cui spingevi il portone con la spalla facendomi entrare per prima. Cercavo i tuoi occhi, volevo che mi dicessero ora è tutto a posto, ora è chiaro chi siamo e che ti amo ancora. Guardavi nella cassetta della posta, c'erano alcuni volantini pubblicitari e un catalogo di cellulari, dicevi tutta spazzatura, salivi i tre gradini di sempre. Il neon dell'ascensore accentuava le sporgenze della faccia, le solcava di ombre profonde e capivo che niente era cambiato, che era solamente questione di luce, che era stato uno sbaglio tornare, ma inevitabile, nessuno dovrebbe mai tornare e quella luce deformante era puntata esattamente sulla fine, ma non era ancora il gran finale.
Il finale iniziava un mese dopo, in un ristorante. Facevi ruotare il menu tra le dita come una lavagnetta girevole. Avevi detto vado a lavorare in America, vado da mio padre. Guardando il menu girare per non guardare i miei occhi. Avevo detto ah sì e sventrato un involtino primavera con la punta del coltello. Avevo estratto i filamenti vegetali che conteneva, li avevo disposti in una macchia di salsa di soia con la forchetta. Mi avevi rassicurato tra noi non cambierà niente, ci sentiremo tutte le sere, tornerò spesso perché guadagnerò un sacco e ci faremo una bella casa, vedrai. Avevo stretto le mie ciglia. Avevo bevuto del sake. Avevo detto ti sbagli e poi non avevamo più parlato. Dopo il conto e il resto sul piattino, l'avevo chiesto al cameriere perché tu non volevi farlo. Gli avevo detto scrivimi fottimi in cinese qua sopra. Avevi detto smettila cosa fai, avevo detto lascialo stare, lascia che scriva fottimi in cinese qua sopra, avevi detto sei ubriaca o cosa, avevo detto è una parola che mi conforta, permetti? Il cameriere eseguiva meccanico, scoprendo la dentatura orientale in un sorriso compiacente, mi scriveva fottimi in cinese sulle vene del braccio, ci alzavamo e uscivamo dal ristorante impregnati di nauseanti fragranze agrodolci. Allora prendevi a calci un cartellone appoggiato alla saracinesca di un'edicola, ti voltavi e mi chiedevi spiegazioni. Ti dicevo vai da tuo padre e non tornare mai. Mi dicevi non essere ridicola, patetica. Ti ripetevo non tornare mai, hai capito? Sospiravi con rabbia, a denti stretti, dicevi per cortesia dammi subito quel braccio.
Me lo tiravi sotto l'acqua, lo trattenevi con rabbia e io ti spingevo, mi dibattevo, cercavo di chiudere il rubinetto, la saponetta scivolava sulle piastrelle del pavimento, ti chinavi a raccoglierla mentre uscivo dal bagno, mi bloccavi sul tappeto e iniziavi a strofinarmi della trielina sulla pelle, quasi mi scorticavi, smettevo di fare resistenza, i miei occhi si riempivano di lacrime, rimanevo passiva, sottomessa dal peso del tuo corpo a osservare il cotone macchiarsi d'inchiostro, il mio braccio diventare prima tutto blu poi viola poi rosso, e quando finalmente avevi cancellato quei segni che ti avevano mandato in bestia mi stringevi tra le braccia, mi baciavi la fronte, mi chiedevi scusa, dicevi che era meglio dividerci, separarci, strapparci l'uno dall'altra, sentivo le tue mani scostarmi i capelli dal viso, sentivo quella lacrima che mi scendeva sulle labbra, l'afferravi nel pugno, carezza, dicevi ti prego non piangere, l'aria era viziata, guardavo il tappeto, pensavo ti amo, non riuscivo a non farlo.
Piangevo prima ancora di aprire gli occhi al mattino. Tastavo le lenzuola, il cuscino, la pila di libri sul comodino, spegnevo la sveglia e sotto le palpebre ancora chiuse, le lacrime cercavano uno spiraglio tra le ciglia per uscire fuori. Una sensazione bruciante come collirio, calda e spiacevole come pipì nel letto, da vergognarsi a raccontarlo anche alla propria madre.
Piangevo perché sapevo che saresti tornato pur non essendo tuo diritto tornare. Che avresti preteso, che l'avresti cercato. Mettendo a soqquadro tutta la mia casa. L'avresti cercato gridando, ti avrei guardato con le spalle al muro. Ascoltato ripetere cento volte ma io non ho mai smesso, non è possibile, io non ho mai smesso, io non ho mai smesso. Intendendo di amarmi.
Piangevo perché alla fine non l'avrebbe trovato più nessuno. Lo sa il mare, lo sanno i sassi, lo sa quel vecchio, quel gatto, la fine che fa l'amore quando come ogni malinteso che si rispetti finisce.
Piangevo perché l'avremmo trovato con un altro nome, più tardi, da qualche parte al di fuori di noi quando proprio non ci avremmo pensato, e non insieme, non l'uno accanto all'altra, non uno in due.
Piangevo per quella stanza lasciata vuota, piangevo per quel momento contenuto nella stanza, quel tappeto, quel soffitto, e i frutti sfiniti, il grano falciato, l'abbronzatura perduta, in definitiva piangevo perché era tutto nostro ma tutto altrettanto perduto. Piangevo perché ciascuno per la sua strada avevamo detto, ciascuno per la sua vita d'ora in avanti. Con un pianto dolce, commosso, di una che ha capito il malinteso, che fa una carezza all'altro, senza nemmeno un rancore, a questo modo mio piangevo.
Alla luce del frigo. Mi versavo del latte, mi dicevi tu non hai mai bevuto latte freddo. Ti guardavo, con i miei capelli corti, ti guardavo. Ti dicevo qui non c'è più niente, amore, questo è già l'inizio. Ti prendevi la testa tra le mani, gomiti sul tavolo, non ti avevo mai visto piangere a quel modo tuo, quel pianto dolce, commosso, di uno che ha capito ma ancora non ci crede.
Piangevi anche perché lentamente, goccia a goccia, come un fenomeno naturale che non si può dividere dalla sua necessarietà, tu mi avresti dimenticato. Ti faceva paura questo, fa sempre paura la dose personale d'oblio che va assunta senza opposizioni. Piangevi e oltre il vetro opaco del bicchiere ti dicevo ora vai, esci e fa' come se potessi smettere di pensarci, vai e conosci il tuo inzio.
Andavi via sbattendo la porta, ed era quella, in definitiva, la frase che alla fine andava scritta.
Il modo esatto di sbattere una porta. Il modo esatto di parlare sottovoce a una sigaretta che si consumava tra le dita senza nemmeno essere fumata col pensiero. La frase che andava lasciata alla fine, come una piccola annotazione in una sincera lettera d'amore, quella frase, quell'augurio, era buon inizio.
4:00 PM
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February 8, 2008 - Friday
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“Ma tu già lo sai che sei bella, no?”
No io non lo so. Non lo so mai finché a dirmelo non sei tu. Non lo so come sono, finché non sei tu a farmelo presente. Qui seduta, macino ghiaccio con la cannuccia. Dicono che, l'hanno detto ieri sera alla radio, che non è dove crediamo di essere vulnerabili che siamo più esposti. Ci pensi mai a questo? E tu dove sei vulnerabile? Io non te lo dico, no, perché non lo so. Dove siamo più esposti. Tu che mi guardi così. Che alla fine sei lì ma non ci sei. Che ti voglio un bene, ma piccolino. Un bene giocattolo. Lo so adesso, per caso, perché me lo dici tu, ma domani, questo lo so con certezza, domani me lo sarò dimenticato. E non lo saprò più finché a dirmelo non sarà qualcun altro. Ci pensi mai a questo? Che un giorno, quando me lo farai presente, ti dirò che sì, io lo so già.
4:00 PM
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