Wakefield

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Aug 29, 2008

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05 Sep 08 Friday

La sindrome di Rebecca.








Non so se vi sia mai capitato, in qualche frangente di affetti, di lavoro, di amore della vostra vita, di dover sostituire una persona che abbia lasciato dietro di sé troppe tracce, troppi odori, troppi sentimenti, troppi rimpianti; che abbia reso il posto dove dovevate sedervi voi simile a un vecchissimo divano di stoffa, vuoto ma insopportabilmente intriso e pieno di forme non vostre, e ancora caldo; che abbia, insomma, lasciato dietro di sé, in quelli che lo conoscevano, in quelli di fronte ai quali siete stati chiamati per qualsiasi motivo a sostituirlo, l'idea di essere, invece, insostituibile.
Io se dio vuole no, soprattutto perché, penso, nessuno mi convocherebbe mai per cercare di sostituire qualcuno che sia giudicato per qualsiasi ragione insostituibile; ma so di sapere che cosa si potrebbe provare in una situazione così, perché la narrativa serve anche a provare, per interposto personaggio, emozioni e sensazioni che la vita ci nega: si proverebbero inadeguatezza, o rabbia, o rancore, o ansia di emulazione, o un po' di queste cose messe insieme. Basta vedersi un paio di volte un film tipo Rebecca, insomma.

***

Che cosa fareste voi (oggi pretendo qualche esercizio di immedesimazione) se scopriste per caso, nell'edicola di un paesotto francese, che esiste da un paio d'anni un libro di uno dei vostri scrittori preferiti su uno dei vostri personaggi preferiti, e nessuno ve l'ha mai detto? Oltre alla sorpresa straniante di vedere congiunti i due nomi nella stessa copertina, voglio dire: due nomi che vi hanno suscitato emozioni intense, ma diverse e in periodi diversi della vostra vita e in aree diverse della vostra anima; personaggi che non avreste mai collegato l'uno all'altro (anche se entrambi hanno provato, in forme diverse, una certa ossessione per lo Yorkshire): come se all'improvviso scopriste, leggendo il giornale locale di un posto lontano, che la vostra maestra delle elementari si è sposata con il neuropsichiatra che sta seguendo il vostro caso (o che il vostro maestro si è sposato con la vostra neuropsichiatra, se vogliamo evitare gli stereotipi di genere; o che il vostro maestro si è sposato – in Spagna – con il vostro neuropsichiatra. Insomma, una cosa così). Un cortocircuito, due fili molto lontani nel groviglio della vostra anima che si toccano improvvisamente e inaspettatamente, e che producono una scintilla emotiva violenta che contiene – insieme, indistinguibili – un'improvvisa nostalgia per un tempo lontano e mitologizzato, e la passione per un rapporto intellettuale attivo e presente, tuttora importante per la vostra vita.

"The Damned Utd" è l'unico libro di David Peace a non essere stato tradotto in italiano, mentre in Francia è un best-seller, tanto da essere venduto, appunto, anche nelle edicole. Chissà perché. Non credo che l'argomento sia stato giudicato inappetitoso dal suo editore italiano, perché il blurb, sulla copertina inglese, riprendendo il Times, lo annuncia come "il più bel libro mai scritto sullo sport"; il che, per un editore italiano, dovrebbe essere perlomeno tanto attraente quanto un blurb che annunci un libro come "il più bel libro mai scritto sulla figa", o come "il più bel libro mai scritto sulla casta e sui privilegi dei politici".
Voglio dire, ben più attraente di un libro-documentario strano e difficile sugli scioperi dei minatori dello Yorkshire dell'84, pur bellissimo, regolarmente tradotto in Italia.

Di chi parla, questo libro? Chi è il mio maestro elementare? Il libro parla di Brian Clough. Magari non sapete chi era Brian Clough. Be', immaginatevi un giocatore promettentissimo, convocato due volte in nazionale mentre giocava in seconda serie, la cui carriera sia stata stroncata nello stesso momento in cui lo fu il suo ginocchio, entrambi da un contrasto omicida su un campo reso impraticabile dal gennaio inglese più freddo del ventesimo secolo; un essere umano che, in seguito a questo infortunio, abbia "trasformato la vita in una rivincita, la rivincita al posto della vita", come dice Peace, e sia diventato allenatore di serie A a trent'anni, e abbia vinto uno scudetto con una squadra tipo il Torino.

Un allenatore che, a un certo punto della sua vita, abbia preso in mano una squadra di seconda divisione, tipo il Piacenza, e abbia vinto il primo anno il campionato di serie B; il secondo anno il campionato di serie A e la Coppa di Lega; il terzo anno la Coppa dei Campioni; e il quarto ancora la coppa dei Campioni.
Brian Clough ha fatto una cosa del genere con il Nottingham Forest, diventando campione d'Europa nel maggio del 1979, estremo anelito resistenziale degli stessi giorni in cui Thatcher vinse la prima volta le elezioni; Nottingham è, tuttora, la città più piccola a aver vinto la Coppa dei Campioni di calcio, e il Forest l'unica squadra a averla vinta due anni dopo la promozione dalla serie B. *

Il libro di Peace non parla di questo, però. Non parla del Nottigham, se non nell'estrema clausola.

Parla di una vicenda immediatamente precedente, lunga quarantaquattro giorni, per quarantaquattro capitoli: Brian Clough, nel 1974, fu chiamato a sostituire Don Revie alla guida del Leeds United campione d'Inghilterra, quando Revie abbandonò la squadra per prendere in mano la nazionale inglese, gettando nella disperazione un'intera città. Perché Don Revie era un gentleman simpatico e attraente, Don Revie era l'autore del ciclo vincente più straordinario nella storia del club dello Yorkshire, Don Revie era idolatrato dal pubblico, dalla dirigenza e dai giocatori, Don Revie, insomma, era un mito proprio come lo possono essere solo quelli che non ci sono più.

Brian Clough era antipatico, era scontroso, era iconoclasta, era semialcolizzato (il "semi-" sarà abbandonato solo in seguito, ma già allora ci stava lavorando su), era arrogante ("I wouldn't say i was the best manager in the business... let's say i was in the top one"), era socialista, era egocentrico, era sgarbato, era insofferente, era irriverente. Un Mourinho più proletario (c'è una bellissima, tenera foto di Cloughie mentre marcia con i minatori durante lo sciopero dell'84), più amaro ("non voglio epitaffi", disse quando seppe di dover morire di cancro che gradì il suo fegato devastato, "mi basterebbe che qualcuno dicesse che gli sono piaciuto"), più arrabbiato, più sfigato, più affascinante, più arguto, più tragico, più schietto, più onesto.

Clough irrompe nella tribù di orfani del Leeds United con l'alito pesante di whisky e di rabbia. Il primo giorno fece bruciare la scrivania di Don, dopo averci tenuto i piedi sopra tutta la mattina, suscitando l'orrore della segretaria di Don, e disse questo ai giocatori di Don che lo guardavano con il sospetto che si riserva agli usurpatori: "per quel che mi riguarda, potete buttare tutte le vostre medaglie nel cesso, perché le avete vinte con un gioco di merda". Il secondo giorno fece togliere le foto delle vittorie di Don dagli spogliatoi. E così via, di giorno in giorno, fino al quarantaquattresimo, quando fu allontanato da una dirigenza incapace di sopportare la continua violazione del lutto.
Che cosa disse Clough nella conferenza stampa il giorno che fu esonerato? "Questo è un giorno tremendo... Per il Leeds United, intendo dire". Fu assunto dal Forest nel 1975, e dimostrò di avere ragione.

Clough è un personaggio inimmaginabile, oggi. Irriconducibile soprattutto a questa post-modernità occidentale orrendamente cattiva ma orrendamente buonista, ancor più che a questo calcio miserabile e full HD, magliette e uomini di plastica. La sua biografia su wikipedia è già un piccolo romanzo tragico e avvincente.
Ecco, se dovessi indicare un punto, simbolico, nel quale il calcio cominciò a divenire, senza speranza alcuna di redenzione, da gigantesca e meravigliosa mitologia nazionale e popolare a baracconata globalizzata per sceicchi, gasisti e petrolieri, indicherei l'eliminazione al primo turno del Nottingham nella Coppa dei Campioni 1980-1981, la terza coppa di Cloughie: la cancellazione di questa scandalosa anomalia dalla geografia del calcio europeo, tra il generale sollievo, nel primo anno del decennio terribile che ha cominciato a portarci fino a qui.

E, tutto sommato, si spiega anche il misterioso ostracismo degli editori italiani, se immaginiamo il suo calcio come efficace metafora di un Paese (non si fa fatica, perché lo è); l'Italia ha sempre coccolato, tra gli allenatori, i finti eterodossi, i finti schietti, i finti onesti, i finti arrabbiati: come Lippi o come Mazzone, personaggi in realtà del tutto collusi e omofoni rispetto al sistema di potere circostante.
E ha sempre espulso, dopo una violenta crisi di rigetto, i veri eterodossi, i veri rivoluzionari, i veri antipatici: come ha fatto con Cuper o con Zeman, e, in un certo senso, come ha fatto con Sacchi.
Ecco: Cloughie, probabilmente, è talmente irriconducibile al nostro modo di pensare da essere giudicato, dai nostri editori, inintelleggibile.


È, dunque, questo, un libro sull'invidia, sul peso degli affetti e del passato e dei lutti, e sul coraggio che ci vuole per affrontarlo. È, dunque, questo, soprattutto un libro sulla sindrome di Rebecca.

Dopo averlo visto esposto in un'edicola di una cittadina francese, ho comprato il libro di Peace su Amazon UK, e l'ho cominciato ieri sera; l'inizio è bellissimo.


* Potrebbe farlo quest'anno la Juventus, dio scampi, ma, naturalmente, l'impresa non avrebbe lo stesso valore, dal momento che, allora, per partecipare alla Coppa dei Campioni bisognava vincere il campionato nazionale: non bastava arrivare tipo terzi o quarti.

03:47 - 0 Comments - 0 Kudos - Add Comment

01 Aug 08 Friday

Articolo 4 comma A e Articolo 5 comma D.


4. General Use of the Website—Permissions and Restrictions

A. You agree not to distribute in any medium any part of the Website, including but not limited to User Submissions (defined below), without YouTube's prior written authorization.

[...]

5. Your Use of Content on the Site

In addition to the general restrictions above, the following restrictions and conditions apply specifically to your use of content on the YouTube Website.

[...]

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- for your information and personal use;
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- and for Streaming.

[...]

E. You agree to not engage in the use, copying, or distribution of any of the Content other than expressly permitted herein, including any use, copying, or distribution of User Submissions of third parties obtained through the Website for any commercial purposes.


***

Studio Aperto fa ampio uso, nel corso dei servizi che manda in onda, di materiale tratto da YouTube.

Studio Aperto è un programma con finalità commerciali: il suo scopo è raccogliere quote di spettatori da rivendere, dietro pagamento di denaro, agli inserzionisti pubblicitari.

Studio Aperto fa, dunque, dei filmati di YouTube, raccolti con amore e spesso con intelligenza da milioni di utenti in tutto il mondo in un progetto grande e meritorio di condivisione e preservazione di conoscenze personali e mitologie collettive, un uso chiaramente commerciale.
(A proposito di mitologie, ho appena rivisto su YouTube il mitico rigore di seconda battuto da Cruijff, che triangolò Jesper Olsen invece di tirare in porta, in un Ajax-Helmond nel 1982).

Mediaset, denunciando YouTube, vorrebbe utilizzare, perché gli fa comodo, il discutibile lato B di una legge di cui disprezza il sacrosanto lato A, il quale, invece, non gli fa comodo.

Perché questo non mi sorprende?

***





04:47 - 6 Comments - 4 Kudos - Add Comment

15 Jul 08 Tuesday

Abuso d’ufficio.

16:00 - 31 Comments - 4 Kudos - Add Comment

07 Jul 08 Monday

Una Ferrari in garage.


Se un giornalista mi chiedesse, per cominciare un'intervista, con quale immagine metaforizzerei il fatto che, nel corso della mia sterminata adolescenza, io non abbia mai indulto all'esplorazione reciproca delle infinite possibilità di interrelazione dei corpi con persone dell'altro o del mio medesimo sesso, disperso come ero in minuzie dilatorie, in pratiche elusive, in estenuanti auto-osservazioni e in mille altre terrorizzate strategie diversive (il tutto, essenzialmente, a causa di una terrificante mancanza di fiducia e di autostima), io risponderei così: "Con l'immagine di un tizio che tiene una Ferrari chiusa nel box sotto casa, e che per anni non fa altro che alzarsi occasionalmente dalla poltrona sulla quale sta guardando Retequattro, e scendere a accenderla e a farla rombare (questo anche più e più volte al giorno) tenendola rigorosamente in folle, pensando quanto sarebbe fico farsi un giretto, che so, al lago, o in riviera, o anche solo a comprare il pane o un giornale, senza porsi minimamente il problema del perché non lo faccia (o, quanto meno, non provi a farlo): al massimo, dicendosi "mah, il lago... poi chissà che casino il ritorno... nono, non sono cose che fanno per me".

Dopo anni di questo trattamento, come se niente fosse (vabbè, come se niente fosse proprio no, ma, insomma, ogni metafora è semplificativa), un giorno costui alza la serranda, esce e se ne va. Ma, insomma, la Ferrari... il motore reso meno elastico, l'olio, nell'impossibilità di cambiarlo, un po' irrancidito, la carburazione un po' meno felpata e il contagiri fattosi via via sempre più stitico; e ogni tanto il signore si direbbe, tra sé e sé: "Eeeeeh, certo, chissà che accelerazione aveva quando era nuova".

Ecco, cose così.

23:00 - 74 Comments - 6 Kudos - Add Comment

01 Jul 08 Tuesday

Schultz e la dialettica amorosa.


Prima vignetta: Lucy, portando un mucchio di pacchetti infiocchettati di nastrini tra le braccia, suona alla porta.
Seconda vignetta: Schroeder va a aprire, e Lucy dice qualcosa tipo: "Basta, non ne posso più della tua indifferenza. Ti restituisco tutti i regali che avevo intenzione di farti".
Terza vignetta: Schroeder dice: "Oh, grazie!", prende i regali e chiude la porta.
Quarta vignetta: Lucy, impalata sullo zerbino di fronte alla porta chiusa, guarda in camera e dice: "Questa non aveva neanche senso."

Anche se ho letto questa striscia quando ero un ragazzino del tutto privo di alcuna esperienza amorosa relazionale, avendone vissute solo alcune del tutto interiori, intuii che essa conteneva almeno un paio di istruzioni meritevoli di essere ricordate.

La prima, naturalmente, è che l'amore infelice fa compiere un sacco di sciocchezze nel tentativo di raddrizzarlo; sciocchezze che, però, fino all'istante prima di compierle, sembrano delle ficate pazzesche a chi le architetta; e che, purtroppo, rivelano con improvvisa, inaspettata e cruda chiarezza tutta la loro assurdità – tanto chiaramente da chiedersi come non si fosse potuta intuirla prima – solo l'attimo dopo averle compiute (a volte, nell'esperienza di chi scrive, anche un attimo prima, quando, comunque sia, è ormai troppo tardi). Tutta la loro insensatezza è immessa dalla reificazione, e il loro pur insistito immaginarle non è assolutamente in grado, per qualche misterioso motivo, di prefigurarla.
Fateci caso: Lucy pensa tutta la notte, sveglia nel suo lettino, la prossima mossa per sedurre il pianista; poi scrive sul suo diario quello che vuol fare, poi rompe il salvadanaio, poi gira tutti i negozi di dischi, di fumetti, di magliette e di baseball della città, per diversi giorni, scegliendo quello che gli potrebbe piacere, poi impacchetta i regali, poi fa la strada da casa sua a quella di Schroeder sommersa da questo mucchio di doni: fa tutto questo sempre in preda alla rabbia o alla speranza o a tutte e due, ma, MA senza essere mai sfiorata da alcun dubbio sulla giustezza e sulla sensatezza delle sue azioni; anzi, possiamo pensare, immaginandosi centinaia di volte, sempre con speranzoso compiacimento, il compimento del suo gesto; salvo rendersi improvvisamente conto, una volta chiusasi la porta della casa di Schroeder, e incarnatosi il suo gesto nella realtà, che tutto il suo impegno fisico, intellettuale e emotivo di senso non ne aveva alcuno. Di più: che di tutto quello che aveva immaginato, di tutte le possibilità che aveva ipotizzato, non era successo nulla: tutta la sua fatica non aveva suscitato in Schroeder alcuna reazione.

Il secondo piccolo insegnamento, che mi pare più sottile, è quello relativo alla vera natura del maschio narcisista autocontemplativo (rappresentato molto bene, secondo me, in questa striscia, dall'artistoide Schroeder). Questi non si pone alcuna domanda sui gesti seduttivi tentati delle persone che lo adorano: li accoglie, se gli fanno piacere e lo gratificano, o li rifiuta, se sono troppo impegnativi o fastidiosi da gestire; e, soprattutto, li ritiene del tutto naturali, "inevitabili", non degni di ulteriore riflessione. Non si interroga in alcun modo sui processi emotivi e sentimentali dai quali tali gesti provengono, sulla fatica e l'impegno materiale che possono essere costati; Schroeder non si sofferma un secondo nemmeno a considerare la dichiarazione così assurda, buffa e paradossale di Lucy: l'eventuale stranezza, eccentricità, bizzaria, profondità di tali tentativi seduttivi, la fatica e la tenacia che sono costati, sono per lui del tutto incidentali, rispetto alla seriale e del tutto attesa conferma del proprio potere seduttivo che essi rappresentano, e che è l'unica cosa che gli importa veramente.

Nei Peanuts, Schroeder rifiuta Lucy perché è un bambino molto più immaturo della propria amichetta; è perso dietro a Beethoven, è del tutto privo di serie capacità empatiche; dunque, è affatto impreparato a gestire le profferte di Lucy altro che come conferme della propria esistenza, e della propria capacità di attrarre l'attenzione altrui; conferme delle quali ogni bambino, del resto, ha bisogno, nella costruzione della sua socialità: il maschio narcisista, lo stesso. Il comportamento tipico del maschio narcisista, che accoglie in modo entusiasticamente indifferente una profferta amorosa di cui vuole godere i frutti, disinteressandosi del tutto delle cause e delle modalità dell'offerta, oltre che delle conseguenze della sua accettazione, può essere simboleggiato efficacemente, dunque, attraverso quello, del tutto analogo, di un bambino di sei anni: i due modi di essere appaiono perfettamente sovrapponibili. Il bambino di sei anni e il maschio narcisista sono attanagliati dalle medesime incapacità emotive, e dal medesimo bisogno di conferma del proprio potere attrattivo.
Schultz, modestamente ma saggiamente, con questa striscetta insegna, dunque, che quando si ha a che fare con personalità narcisistiche non si possono pretendere da loro reazioni che ci sembrerebbe esagerato pretendere da un bambino di sei anni: io, per fortuna, no, ma conosco diverse persone che avrebbero tratto da questo ammaestramento, se colto in tempo, enorme giovamento.

Detto per inciso, è un argomento molto seducente, questo del rapporto col mondo del maschio narcisista, dal punto di vista letterario: prova ne sia non solo la bellezza metafisica di questa striscia, ma anche il fatto che, per esempio, Bret Ellis ci fece la sua fortuna, da giovane, a descrivere come sarebbe stato Schroeder una volta diventato grande, se non fosse stato in grado di strutturare la propria affettività. In fondo, che cos'è Patrick Bateman se non un bambino viziato, talentuoso, del tutto privo di capacità empatiche e bisognoso di conferme sul suo esistere e sul suo essere riconosciuto, che si diverte a smontare i suoi giochi, una volta che lo hanno stufato?


PS: Il ricordo di quella striscia di Schultz e le considerazioni che ha provocato sono nate nel corso di una conversazione telematica con un'amica di tastiera, e quindi, come uno scambio di tennis piacevole, ascrivibili molto più a un processo interattivo che a un singolo gesto creativo: le cose belle di questo post sono, dunque, il frutto di quella feconda conversazione; quelle brutte, invece, sono il frutto della mia successiva rimuginazione solitaria.

23:00 - 43 Comments - 8 Kudos - Add Comment

24 Jun 08 Tuesday

Un uomo per tutte le stagioni.



Controllare l'apparato simbolico che informa la cultura di un Paese significa controllare la cornice all'interno della quale un Popolo è "costretto" a guardare sé stesso, il che, a ben vedere, non è poco.

Nei Paesi democratici l'apparato simbolico è generato da una pluralità di agenti, in rapporto dialettico, collaborativo o concorrenziale tra di loro. Soprattutto, è generato da chi produce "cultura popolare di massa". Basti pensare ai film di Frank Capra e a quelli dei registi dell'Espressionismo tedesco: i primi contribuivano a formare l'idea di una società solidale, nella quale l'individuo poteva trovare nella collettività aiuto e sostegno. Un apparato simbolico del tutto coerente con l'idea del New Deal rooseveltiano. I secondi, invece, rappresentavano l'individuo sempre in conflitto con la società. Le relazioni sociali, nei film della Germania di Weimar, erano per lo più deteriorate, l'individuo era abbandonato solo al suo destino, i gruppi sociali erano raffigurati in preda di istinti di sopravvivenza bestiali e terrificanti (pensate a "M").
L'influsso di queste due antitetiche visioni del mondo sulle vicende politiche dei due Paesi, in quegli anni, fu probabilmente molto forte, se non decisivo.

Nei Paesi totalitari, per lo meno nel '900, l'apparato simbolico era costruito, invece, quasi interamente dal Regime. I regimi nazifascisti sono durati troppo poco per potere osservare, al loro interno, un'evoluzione nel dispiegamento degli apparati simbolici (anche se, per esempio, i simboli messi in campo dalla RSI erano molto diversi da quelli messi in campo dall'Italia fascista, ma lo erano, naturalmente, anche le condizioni ambientali).
Il regime sovietico, invece, mostrò nella sua lunga vita un radicale cambiamento dei simboli utilizzati nella sua auto-rappresentazione: dall'indicazione dell'Unione Sovietica come la guida della rivoluzione proletaria mondiale, piena di riferimenti a ideali internazionalisti e globalisti, al socialismo nazionalista post-rivoluzionario, celebrato a partire dalla Seconda Guerra mondiale.
Il marcatore più decisivo di questo passaggio fu, naturalmente, l'abbandono dell'Internazionale come inno sovietico, e l'adozione del celeberrimo Gimn Sovetskogo Sojuza, avvenuta nel 1944.
(Nella classifica dei brani musicali che ho ascoltato più volte nella mia vita, alla luce della mia passione per lo sport e alle estati passate a guardare le Olimpiadi, Europei e Mondiali di atletica e di nuoto, penso che il Gimn Sovetskogo Sojuza sia di gran lunga al primo posto. In più, sull'iPod ho la versione cantata dal coro dell'Armata Rossa.)
Le vicende del Gimn Sovetskogo Sojuza dal 1944 al 1989 sono varie e pittoresche, piene di cambiamenti e di cancellazioni di strofe, proprio perché, naturalmente, se si è gli unici responsabili della costruzione dell'apparato simbolico di un Popolo, bisogna fare molta attenzione a quello che gli si propina. Bisogna continuamente adattare i simboli all'idea di sé che si desidera che il Popolo abbia. Il Gimn Sovetskogo Sojuza fu persino ammutolito, suonato senza parole, nel periodo del ripensamento krusceviano.

Il Gimn Sovetskogo Sojuza fu abbandonato con la fine dell'URSS, per adottare un'ignobile e ridicola marcetta che rimandava all'inno zarista; ma, come molti di voi sapranno, la Federazione Russa, dopo una decina d'anni, ha deciso di riadottare come inno la meravigliosa musica di Aleksandr Aleksandrov, certamente uno degli inni più belli del mondo, adattandogli, però, un testo consono alla nuova situazione politica.
È argomento comune la denuncia del nuovo testo, intriso, indubbiamente, di nazionalismo mistico; che, però, a ben vedere, non è che sia poi molto diverso da quello precedente, intriso di nazionalismo politico. Voglio dire, si tratta di un tradimento molto minore di quello perpetrato con il passaggio dall'Internazionale al Gimn Sovetskogo Sojuza.

La cosa buffa è che questa singolare omologia tra i due testi non è affatto casuale.

La cosa buffa, quella che mi ha spinto a scrivere questo post, è che le parole del vecchio inno staliniano e quelle del nuovo inno russo sono state scritte dalla stessa persona, il poeta Sergeij Michalkov (padre, tra l'altro, del regista Nikita). Questi, tuttora vivente, ormai avviato ai cento, nel '91 fu chiamato a transculturare le parole che celebravano Lenin e il Comunismo in una celebrazione della Russia e della sua storia: a sostituire la potenza con la sacertà, l'Unione di repubbliche libere con quella di popoli fratelli, il pensiero di Lenin con la saggezza degli antenati come fonte di ispirazione delle gesta del popolo russo.

Ecco, io non sono uno scrittore, e non lo sarò mai, ma mi piacerebbe tantissimo scrivere un racconto su quest'uomo: convocato da Stalin nel '44 per scrivere parole che rinsaldassero la fede e la volontà dei popoli sovietici in lotta contro l'invasione nazifascista, e riconvocato da El'cin nel '91 per cominciare a ricostruire, con altre parole, la coscienza di sé in un popolo sconfitto dalla Guerra fredda e ferito dalla perdita di un Impero che le sue parole infuocate, cantate sulla meravigliosa aria di Aleksandrov, avevano indubbiamente contribuito a creare e a difendere.

Currently listening :
Best of the Red Army Choir
By Red Army Choir
Release date: 2002-06-25

23:00 - 15 Comments - 0 Kudos - Add Comment

16 Jun 08 Monday

Blande ma moleste psicopatie: sono di certo le mie preferite.
Current mood: giocoso


Ho ricevuto un invito per aprire un indirizzo gmail, l'ennesimo. Ne ho decine, che non ho mai più guardato dopo averli aperti.

Questa volta, però, non voglio sprecare la cartuccia. Nel tentativo di rendermi sempre più molesto, e, soprattutto, di dare un senso a questa mattinata uggiosa, ho cercato di costruirmi un account di posta elettronica su gmail che utilizzerò realmente. Un indirizzo che renda ogni tentativo di comunicarlo per telefono un'impresa di almeno mezz'ora.

Per fare ciò, avevo due alternative: la prima era scegliere una cosa tipo klsdfklpcpojn.9kadsfuuion@gmail.com.
Banale, e, soprattutto, troppo faticoso per me e troppo poco per il mio eventuale interlocutore. Il lavoro avrei dovuto farlo tutto io, dettando l'indirizzo lettera per lettera (mi verrebbe da dire "spellando" l'indirizzo, con un inglesismo brutale ma non insensato, dal punto di vista metaforico).

L'alternativa che mi è piaciuta di più, invece, è quella di creare un indirizzo complicato dal punto di vista cognitivo; un indirizzo che confonda la percezione del suddetto interlocutore, rendendo le sue aspettative pregresse sulla struttura stessa dell'indirizzo un grumo di inutilizzabile pattume.
Se proprio si vuole, un'operazione meritoria, dal momento che metterebbe all'improvviso di fronte a inattese e attraenti complicazioni intellettuali una persona, invece, ottusa sul compito banale, inane e del tutto non gratificante quale è quello di ottenere l'indirizzo e-mail di uno straccione come me; poi dite che non faccio nulla per il mio Paese.

Il mio nuovo indirizzo, che consegno anche alla vostra attenzione, è:

chiocciola.at.punto.com.gimail@gmail.com

Ora mi metto accanto al telefono, e aspetto con ansia che qualcuno chiami per averlo;evento raro, ma non tanto raro da rendere del tutto insensata la mia aspettativa per una conversazione telefonica finalmente vivida e interessante.

11:00 - 22 Comments - 2 Kudos - Add Comment

12 Jun 08 Thursday

De Amicis (con la fronte bassa e gli occhi ravvicinati).
Current mood: Privo di speranza riguardo a questo Paese di merda

Allora, io guardo partite di calcio alla tele da quasi 40 anni.
Posso assicurare i giovani lettori e le giovani lettrici che sono quarant'anni che, ogni volta che una squadra italiana ne incontra una tedesca o svizzera o belga, i telecronisti di regime frantumano le palle con l'insopportabile retorica del "momento di gioia e di riscatto offerto dai nostri gloriosi ragazzi ai poveri emigranti italiani così lontani da casa, così sperduti e così tartassati dai malvagi cittadini che li ospitano, i poveri emigranti che lavorano tanto e che riescono a ritrovare nella vittoria calcistica orgoglio e fierezza, e che stasera potranno gioire nelle vie e nelle piazze sotto lo sguardo invidioso dei tetri teutoni rosiconi, e che domani potranno entrare in fabbrica con la schiena dritta e il sorriso sulle labbra, irridendo i loro compagni di lavoro autoctoni", cose così, De Amicis tritato dalle meccaniche mentali da nazionalista bradifrenico dei nostri commentatori, che se segnamo noi in fuorigioco ridono battendosi pacche sulle spalle e dicono "meglio così!" e prendono per il culo gli avversari, mentre se segnano gli altri in fuorigioco è un complotto mondiale giudomassonico, tanto che io ho sempre tenuto alle squadre tedesche e svizzere e belghe contro di noi (nonché anche a tutte le altre) non solo perché il nazionalismo straccione e calciocentrico degli Italiani mi ha sempre fatto vomitare, ma anche perché speravo che in tal modo le masse proletarie sfruttate e vilipese degli Italiani all'estero prendessero coscienza della loro situazione e intraprendessero la strada del riscatto rivoluzionario armato, invece di aspettare semplicemente il prossimo evento sportivo consolatorio per prendere per il culo gli sfruttatori. (Invece no).

Uno quindi si aspetterebbe, non del tutto illecitamente, che in un Paese così infarcito di questa retorica deamicisiana (pur riadattata da telecronisti ritardati per un supposto pubblico di ritardati) la prima volta nella storia che capita l'inverso, memori di tutti i discorsi sentiti per decenni, i nostri concittadini facessero di tutto per essere, almeno (almeno!), all'altezza dei tetri teutoni; i quali, pur essendo indubitabilmente biechi oppressori razzisti, però, secondo i racconti, quantomeno tolleravano i festeggiamenti degli immigrati in piazza dopo la partita, e gli sfottò il giorno dopo, il tutto senza lanciare minacce velate sul rischio che correrebbero a uscire di casa la sera della partita.

Invece, mi sa di no.

23:00 - 5 Comments - 4 Kudos - Add Comment

14 May 08 Wednesday

Chiavi nel cruscotto.
Current mood: Privo di speranza riguardo a questo Paese di merda

Ne avevo già un po' parlato nel post su Pippa Bacca. I commenti sulla povera ragazzina buttata nel pozzo, però, mi confermano questa idea.

Il messaggio subliminale che passa leggendo i commenti su queste vicende, e, a volte, anche i pezzi prodotti "ufficialmente" dagli organi di stampa, è questo: il corpo femminile, a quanto pare, non è altro che un oggetto esposto alla pubblica fede, come la frutta sul banchetto del verdurario o un libro sopra a uno scaffale della Feltrinelli; o un'auto in un parcheggio incustodito.

Gli oggetti esposti alla pubblica fede non si possono rubare. Però, se non si usa particolare cura nel custodirle, le cose così, un po' sono anche cazzi tuoi. Voglio dire, se lasci le chiavi nel cruscotto e il libretto di circolazione dentro, col cazzo che sei esente da responsabilità se qualcuno ti fotte l'auto e falcia un pedone.

Perciò, rivolgo alle mie adorate lettrici un accorato appello: badate di non lasciare le chiavi inserite e il libretto di circolazione nel cruscotto, quando andate in giro. Non vorrei leggere implicita riprovazione invece che stupefatta e sconfinata pietà, se dovessero fottervi l'auto e falciare un pedone.

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Il miglior horror degli ultimi anni (** Some spoilers inside **).
Current mood: angsty

Di solito non scrivo recensioni, soprattutto di film, perché non sono bravo. Non ho gli strumenti critici e il linguaggio adatti per trasmettere le mie emozioni di fronte a un film: queste mi sembrano, di solito, talmente private, da essere inesprimibili razionalmente; come un vizio assurdo. Ma in questo caso tenterò un'eccezione.

Ieri sera al cineforum della nostra piccola città ho visto il più bell'horror che mi ricordi, almeno dai tempi di Riget. Certo, indulge a alcuni stereotipi. Ma che cosa sarebbe un horror senza almeno un paio di topoi classici?
Come molti horror, si avvia da un'apparentemente tranquilla mattina in uno studentato universitario, anche se nella bella polifonia di giovani vite si sente già, come in ogni horror che si rispetti, una nota stonata.
Come in molti horror, ci sono giochi di telefonate cui non c'è risposta.
Come in molti splatter adolescenziali, il mostro prova attrazione per due belle studentesse, e si comporta di conseguenza.
Come in tutti gli horror che si rispettino, la scena più spaventosa è quando l'eroina apre la porta, piena di paura, senza che né lei né lo spettatore sappiano che cosa c'è dietro; come sempre in questi casi, non volevo guardare.
Come negli horror più sofisticati (la scena del tribunale del Silenzio degli Innocenti), c'è un lento movimento di gru che scopre un corpo martoriato.
Come in molti horror, il fidanzato dell'eroina mette in atto insopportabili pratiche riduzioniste rispetto alla gravità della situazione, e, via via, si chiude in un cerchio di egocentrismo asimpatico.
C'è persino la camminata nella notte dell'eroina stessa, in una città bagnata e cancerosa, col rumore di passi alle sue spalle, con il taxi che non si ferma alle sue invocazioni.
C'è la solitudine di fronte all'orrore, perché tutto ciò che vi si dovrebbe frapporre è assente o inefficace: l'affetto, la comprensione, la pietà; la decenza del potere.
Come, invece, capita solo nei capolavori dell'horror, il finale indica, pur con grande leggerezza, l'impossibilità di ricomporre le fratture esistenziali provocate dall'esperienza orrorifica, nonostante l'estremo patto di rimozione: l'impossibilità di tornare a vivere come prima.

(Se posso fare un paragone bizzarro, la muta cena finale mi ha ricordato una delle scene più belle del Ritorno del Re: i quattro hobbit silenziosi, intorno al tavolo del Drago Verde, con le loro birre in mano, che si guardano con un sorriso mesto, reduci in vario modo spezzati, avvolti dall'indifferenza generale.)

L'ambientazione, poi, è proprio da classicissimo dell'orrore: la Romania.

Altre soluzioni mi sono parse, invece, del tutto originali rispetto agli stilemi adrenalinici dell'horror contemporaneo. L'uso di lunghissimi piani frequenza e, dove possibile, della camera fissa: una sorta di pudore a aggiungere patemi gratuiti alle oggettive insostenibilità delle situazioni rappresentate.
Come in molti dei migliori horror, poi vengono rappresentate, incidentalmente, la sconcia indifferenza borghese e la sconcia arroganza del potere. Viene messa in scena, insomma, l'impossibilità del tutto generalizzata di provare compassione. Tipo quei film in cui una ragazza urla per dieci minuti e nessuno chiama la polizia, avete presente? Solo, in questo caso, l'indifferenza oscena e intollerabile di quasi tutti i personaggi viene rappresentata nel modo più spaventoso possibile: mettendo in scena i dialoghi e le situazioni del tutto "normali", attraversati di volta in volta dall'eroina della vicenda; solo che noi "sappiamo", e allora la "normalità" rappresentata, la cena di compleanno, i dialoghi con i funzionari e i poliziotti, diventa davvero insopportabile, altro orrore che si aggiunge all'orrore.
Lo stesso sentimento di ingiustizia che prende quando si vive una situazione terribile, e vediamo che il mondo intorno continua a scorrere imperterrito e imperturbabile.
Indifferente fino alla beffardia.

Il film si intitola 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, e, secondo me, è veramente splendido.

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09 May 08 Friday

Nonostante Liala.

Ho letto un bellissimo saggio di Wu Ming 1 sulla nuova narrativa italiana. Vabbè, se qualcuno è interessato all'argomento, se lo legge. Volevo solo sottolineare una delle parti più commoventi, se non quella più interessante dal punto di vista ideologico.

Secondo WM1, la mediocrità della scrittura italiana (secondo me, anche della filmografia) deriva(va) dall'eccessiva consapevolezza, "postmoderna", del fatto che ci sono forti possibilità che tutto quanto c'era di intelligente da dire al mondo e del mondo è ormai stato detto, in un modo o nell'altro; e che non vale la pena, dunque, di immergersi con eccessiva passione in quello che si sta dicendo o raccontando.

WM1 ricorda come Eco abbia sintetizzato brillantemente questo atteggiamento: l'intellettuale italiano non è più in grado di dire "ti amo disperatamente"; nemmeno in una situazione di estasi erotica è in grado di liberarsi dall'oppressione del già detto: in tali situazioni sarà in grado di dire, tutt'al più, solo una cosa tipo: "come direbbe Liala, ti amo disperatamente".

Questa paura di mettere in campo direttamente sentimenti e emozioni estreme, questo tentativo perenne di presa di distanza citazionista anche dalle cose che ci stanno più a cuore, questo perenne esercizio di freddezza, ironia, sfiducia e disincanto nei confronti di tutte le cose, producono, secondo WM1, l'incapacità di trattare seriamente i temi cruciali della modernità. Una tesi che mi pare ineccepibile.

La soluzione, il tentativo messo in atto dai nuovi scrittori italiani cui WM1 si sente affine, è la restituzione di senso alle passioni civili e al sentimento, il loro trattamento non ironico, ma partecipato e appassionato: "nonostante Liala", dovrebbe dire lo scrittore, secondo WM1, "nonostante Liala, io ti amo disperatamente"; perché non c'è altro modo per dirlo, e perché non c'è alcuna ragione di prendere distanza da dichiarazioni come queste, di averne paura. Perché è molta più pericolosa e paurosa l'incapacità di appassionarsi totalmente a qualcosa.

Soprattutto in momenti come questo, in cui la tentazione di prendere la distanza dalle cose con tratti di ironia, di disillusione o di sarcasmo è proprio forte, mi sembra un appello opportuno, e non solo per gli scrittori.

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08 May 08 Thursday

Mozart e la dialettica amorosa.
Current mood: Didactic

DON GIOVANNI
Là ci darem la mano,
là mi dirai di sì.
Vedi, non è lontano;
partiam, ben mio, da qui.

ZERLINA
Vorrei e non vorrei;
mi trema un poco il cor.
Felice, è ver, sarei,
ma può burlarmi ancor.

DON GIOVANNI
Vieni, mio bel diletto!
io cangerò tua sorte.

ZERLINA
Mi fa pietà Masetto! ...
Presto, non son più forte!

DON GIOVANNI, ZERLINA
Andiam, andiam, mio bene,
a ristorar le pene
d'un innocente amor!

***

PAPAGENO
Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Papagena!

PAPAGENA
Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Papageno!

PAPAGENO
Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Papagena!

PAPAGENA
Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Pa - Papageno!


_____

Appena raggiunta la soglia della pubertà, qualcuno dovrebbe preoccuparsi di fornire ai ragazzini adeguata conoscenza e spiegazione dei due precedenti duetti mozartiani. (La vena insieme irridente e affettuosa con la quale Mozart osserva l'amore, infatti, mi sembra molto educativa.)

Soprattutto, questi duetti sono utili da tenere sott'occhio, come un'elementare mappa emotiva, per poter riconoscere, con una rapida consultazione, le due principali modalità interattive con le quali questi si troveranno a avere a che fare, nel corso delle loro ormai prossime relazioni amorose. Una specie di corrispettivo sentimentale del fogliettino "Quick start" che si trova dentro le scatole dei programmi informatici e degli apparecchi tecnologici.Provo io a buttar giù un'ipotesi di pedagogia istantanea, a uso dei lettori più giovani.


Come dovreste già sapere dal corso introduttivo, le relazioni amorose sono essenzialmente di due tipi:

1) Quelle che presentano uno scarto cognitivo tra ragioni del cuore e intelletto. Sono tutti quei rapporti in cui il buon senso continua a suggerire alla ragione del cuore, molto più impaziente, di mantenere le distanze.
(Lo sapete che cos'è uno scarto cognitivo? Lo "scarto cognitivo" si verifica quando due dei nostri organi, esterni o interiori, ci danno della realtà una rappresentazione diversa e incongruente l'uno rispetto all'altro, tipo le illusioni ottiche. Quando incorriamo in uno scarto cognitivo, noi dobbiamo decidere di quale organo fidarci di più, perché purtroppo non abbiamo statuti di realtà rigidamente gerarchizzati, e il più delle volte, quindi, non abbiamo la minima idea di quale sia lo stimolo più affidabile.
I cani, per esempio, sono più fortunati, perché per loro, in contrasto di sensazioni, il naso ha sempre l'ultima parola. Se, per esempio, io avessi la faccia di zia Pina e l'odore di nonno Gigi, per un cane sarei senza dubbio nonno Gigi. Che culo, eh?)

2) Le relazioni che presentano una solidarietà totale tra ragione e intelligenza del cuore. In questi casi, il buon senso non ha alcunché da opporre alle pulsioni emotive.


A) Nel primo duetto, tratto dal Don Giovanni, sono presenti tutte le tipiche argomentazioni, interiori e esteriori, presenti nelle dialettiche amorose del primo tipo; quando vi si presenteranno alla mente, o quando le sentirete pronunciate da qualcuno, anche voi potrete, dunque, con un pochino di esercizio, riconoscerle al volo:

a.1) "Vorrei e non vorrei". Come detto prima, è la tipica argomentazione interiore dei rapporti del primo tipo: il campanello d'allarme, il segnale più inequivocabile che se ne sta vivendo uno.
Una parte di voi vuole, un'altra no.
È importante che voi impariate a riconoscere l'incoerenza delle vostre pulsioni interiori, e a ricondurre, con lucidità, ciascuna di esse al suo stimolo primario. In particolare:
a.2) "Felice, è ver, sarei". Questo è l'ottimismo del cuore. Se i motivi per cui pensate che sarebbe meglio smettere di vederlo possono essere veramente un sacco, i motivi per i quali non potete fare a meno di vederlo ancora è per lo più uno solo: vi piace un casino, e vi gratifica. È importante riconoscere che, depurata dai dubbi di altra natura, l'attraenza della vostra controparte è proprio un bel po' forte; (anzi, a volte l'attraenza è addiruttura rinforzata o provocata dai dubbi di altra natura, ma questo aspetto lo facciamo meglio in seconda quando studiamo Flaubert); è importante, perché è indispensabile sapere che è inutile ricorrere a puerili tentativi di convincersi che "in fondo non è che mi piaccia poi così tanto". No. Vi piace tanto, e è bene che, su questo, non vi inganniate. (Che non vi piaceva poi così tanto ve ne accorgerete solo quando ormai vi piacerà così poco da rendere inutile la coscienza del fatto che non vi piaceva poi tanto; ma di questo parleremo in quarta, quando faremo la parte di Swann).
a.3) "Ma può burlarmi ancor". Ecco, questo invece è il pessimismo della ragione, che non deriva tanto dalla presenza eventuali ostacoli: "viviamo lontano"; "la controparte è sposata"; "io sono sposato/a"; "la controparte è alcolizzata"; "la controparte mi picchia"; "non mi ama abbastanza"; eccetera eccetera. Gli ostacoli sono il sale della vita. No, il vostro pessimismo deriva piuttosto dall'avere già provato l'insufficiente consistenza della volontà – vostra o altrui – di superare tali ostacoli e, insieme, di assumerli come ragione sufficiente per spezzare la relazione.
Se la situazione di stallo va avanti un po', è assai probabile che vi siate trovati a ripetervi o a sentirvi ripetere spesso enunciati verbali simili al seguente:
a.4) "Io cangerò tua sorte"; o anche "ti prometto che non lo faccio più", oppure "ti giuro che dopo le vacanze la lascio". Tali formule argomentative, con le quali si cerca di convincere, o si cerca di convincerci, della non totale inutilità delle nostre speranze, a volte si concretano, ma a volte anche no; in questo caso, sono solo un modo per tirarla in lunga o per zittire le vostre obiezioni.
È difficile dirlo prima, se si concreteranno o no.
Però, dopo un un anno magari è già più facile averne un'idea; anzi, vi accorgerete che tutti i vostri amici ce l'avranno, un'idea ben precisa sull'affidabilità della controparte, e che cercheranno di sfracellarvi le palle di buoni consigli tipo "ma mandalo a cacare", con permesso parlando; ma siccome vivrete queste situazioni in preda allo scarto cognitivo di prima, è probabile che idea e consigli alimentino solo uno dei corni della volontà, quello meno importante, e che non intacchino l'altro abbastanza da influenzare le vostre azioni.
Ma veniamo alla cosa più importante. Il fatto di sapere, sotto sotto, che potremmo magari anche comportarci con più buon senso e onestà vi potrebbe condurre anche a sospirare cose come:
a.5) "Mi fa pietà Masetto!". È importante sapere che Masetto è il promesso sposo di Zerlina, con il quale ella avrebbe dovuto sposarsi il giorno dopo.
In effetti, se ci pensiamo bene, è questo il punto centrale dei rapporti del primo tipo, il vero nodo da sciogliere: il senso di colpa nei confronti di qualcuno (per la maggior parte delle volte nei confronti di noi stessi, per la paralisi cui abbiamo condotto le nostre potenzialità emotive; incidentalmente, anche nei confronti della controparte, nel caso in cui la paralisi sia colpa nostra; a volte, come nel caso di Zerlina, perfino nei confronti di terzi interessati a vario titolo alla vicenda). È bene sapere dei sensi di colpa. Non vi tirerete indietro solo colpa loro, per lo più, ma almeno potrete attrezzarvi prima, preparandovi un bel po' di efficaci argomentazioni autoassolutorie, il che è un po' tutto quello che c'è da fare quando si intraprendono relazioni di questo genere. Argomentazioni di tipo esistenziale: "probabilmente una cosa così è proprio quello di cui avevo bisogno ora"; liberoscambista: "non mi dà molto, ma non sarei in grado di ricevere né di dare di più"; fatalista: "per forza la tradisco, tra di noi non è più come prima"; culturale: "be', in fondo non faccio altro che vivere nel mio agire sentimentale l'effimero post-modernista"; o anche pragmatico: "be', essere amante ha un sacco di vantaggi. Per esempio, ho tutte le domeniche libere".
Ma le argomentazioni autoassolutorie però le faremo meglio in terza, nel seminario sul cinema italiano contemporaneo.
Bene. Una volta perfezionato un sufficiente convinzione il processo di autoassoluzione, alla fine potrete esclamare:
a.6) "Presto non son più forte!", e andrete a ristorar le pene "d'un innocente amor", senza più alcuna remora residua!


B) Nel duetto del Flauto magico, invece, sono presenti tutte le tipiche argomentazioni, interiori e esteriori, presenti nelle dialettiche amorose del secondo tipo. Tipo che mentre il cuore canticchia "pa-pa-pa-pa", la ragione, prima di dileguarsi discretamente, pensa soprattutto a slacciarsi il corsetto, con rispetto parlando.
E su di esse, credo, non è che ci sia molto altro di intelligente da dire.

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07 May 08 Wednesday

And here am I.

La seconda promessa cui devo adempiere l'ho fatta a Marianna, in calce a questo suo bellissimo post. Si tratta di raccogliere i dieci eventi che più hanno segnato la vita. Non eventi privati: eventi pubblici, storici, collettivi, che hanno marcato l'esistenza. Questi sono i miei. La preponderanza di eventi sportivi, rispetto a quelli storici o politici, rivela una sorta di deserto ideologico. E la preponderanza di eventi dell'infanzia, una preoccupante tendenza alla mitizzazione nostalgica.

Rispetto al post di Marianna non c'è l'11 settembre 2001 perché non mi incise come gli eventi che riporto qui, e non c'è l'11 settembre 1973, perché non me lo ricordo.

13 giugno 1981: Il pozzo di Vermicino. La tragedia collettiva che partorì l'Italia che conosciamo ora. Poi ho saputo che Alfredo è stato buttato nel pozzo dai Servizi per apparecchiare uno psicodramma televisivo che distogliesse menti e coscienze dalla pubblicazione delle liste P2 avvenuta qualche giorno prima, e dalle conseguenti dimissioni di Forlani. Poi ho saputo che il 13 giugno partì anche il progetto Milano 3, partorito dalla mente della tessera 1816. Ma, come dice giustamente JCB, non sono tempi per essere apertamente complottisti.

Ma di allora mi ricordo solo questa stupefazione collettiva di fronte non tanto alla tragedia, quanto alla sua inaudita messa in scena mediatica. E anche l'assonnata tristezza di tutta la classe e dei professori il giorno dopo.

Tracce mediatiche: Dies Irae di Giuseppe Genna, Alfredo dei Baustelle.

7 luglio 1974: La finale di Monaco. la sconfitta dell'Olanda da parte della Germania nella finale di quei bellissimi mondiali.

Praticamente, i miei primi: anche se ho qualche vago ricordo dei mondiali del '70, soprattutto della finale con il Brasile, solo nel '74 ero divenuto in grado di assaporare questo gioco in tutta la sua bellezza, di capirne la drammatica importanza, di non sottovalutarne la portata sugli eventi psichici e materiali della vita, di non considerarlo, come fanno quelli che non lo amano, "solo un gioco".

Solo un gioco, certo; e la Recherche è solo macchiettine di inchistro su cellulosa, e il sesso è solo sfregamento di mucose, e la guerra è solo calcolo di traiettorie di pezzetti di metallo, e io sono un fascio di bit che fa descrivere caratteri ascii allo schermo del mio computer.

Insomma, ero diventato un tifoso.

Quella finale, naturalmente, mi spezzò il cuore; per come andò, per come sono riuscito a perderla (l'evento è diventato ormai del tutto privato, intimo, personale, come diventerà, col tempo, del tutto intimo, privato e personale quello del cinque di maggio); non riuscivo a credere che l'Olanda avesse perso. Una squadra fantastica, che aveva tutto quello che un ragazzino di undici anni (e anche un uomo di quarantaquattro, se è per questo) può chiedere a una squadra di calcio.

Olanda-Argentina 4-0, in quei mondiali.

La partita più fantastica che io abbia mai visto.

Il completo appagamento, in un evento sportivo.

Giuro che non consulto nessun libro e nessun almanacco, giuro che non ce l'ho scritta sul computer, giuro che non mi affido a alcun supporto esterno alla mia memoria, giuro che se avessi nella mia vita impiegato un po' meglio i miei neuroni, come ho già detto, a quest'ora sarei chissà dove: Jongbloed, Suurbier, Krol, Van Hanegem, Rijsbergen, Jansen, Rep, Neeskens, Cruijff, Haan, Rensenbrink. In tutta la mia vita ho conosciuto solo una persona della mia età che quel giorno abbia fatto il tifo per la Germania.

Erano belli, i mondiali, allora.

Passavano tantissimi anni tra un mondiale e l'altro, allora.

Tracce mediatiche: Il Profeta del Gol di Sandro Ciotti

5 maggio 2002: Il cinque maggio è soprattutto tutte le volte che il mio mondo è finito, e tutte quelle volte che io ho dovuto cercare, lentamente e senza mai più ritrovare la pienezza di sentire, di reimparare a amarlo.

Tracce mediatiche: Luci a San Siro di Vecchioni

16 marzo 1978: Mi ricordo che suonò la campanella in mezzo alla lezione, e ci si riunì in assemblea, "hanno rapito Moro!",  per giorni e giorni, a decidere non mi ricordo che cosa. Ricordi in bianco e nero, una Milano ancora più militarizzata del solito, controlli continui anche sui ragazzetti di quindici anni. Dopo un po' di giorni io mi ruppi le palle di partecipare ai presídi permanenti, e cominciai a andare nei giardinetti lì fuori a giocare a pallone. Fu allora che conobbi Nordika.

Tracce mediatiche: Anni Settanta, di Giovanni Moro

9 novembre 1989: Mi ricordo che uscimmo con JCB, quella sera, e ci rammaricammo che nel 1948 non avesse vinto il PCI, perché così invece di essere in una birreria a bere oziosamente e a esercitare minuzie intellettuali per distinguere l'indistinguibile, saremmo stati anche noi in piazza a fare festa per la ritrovata libertà, con le bandiere tricolori dalle quali avremmo ritagliato la falce e il martello ricamata in mezzo. Che cosa non si farebbe per movimentare una serata.
(Ora che ci penso, da quel momento a ora sono passati gli stessi anni che passarono dalla fine della seconda guerra mondiale alla mia nascita. Fico.)

Tracce mediatiche: Good bye Lenin di Wolfgang Becker

26 giugno 1983: Andai a votare per la prima volta, e fui anche rappresentante di lista, per l'unica volta in vita mia. Anche la Lega Lombarda si presentò per la prima volta alle elezioni, insieme alla Lista per Trieste. Entrambi abbiamo continuato a partecipare, con alterne fortune.

Tracce mediatiche: Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino

20 luglio 1969: Me lo ricordo! Anche questa, forse, come la lunga notte di Vermicino, fu forse una truffa di Stato. Ma allenarmi a stare sveglio la sera, se non altro, mi servì moltissimo, per l'anno dopo e per tutta la mia vita a venire.

Tracce mediatiche: After Hours di Martin Scorsese

ottobre 1968: Lugano-Barcellona 0-1, la prima partita di calcio di cui io abbia memoria di aver visto la telecronaca. A pensarci bene, quest'anno festeggio il quarantennale.

Tracce mediatiche: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis

17 giugno 1970: No, non mentirò. Non me la ricordo affatto. Probabilmente dormii tutto il tempo, perché fino ai supplementari fu una partita noiosissima. La finale me la ricordo bene, però, e la mia esultanza per il gol di Boninsegna, il mio giocatore preferito di allora, fu, di nuovo, la prima di cui io abbia memoria.

Mio padre era un grande appassionato di calcio, quasi un tifoso, e fino a un certo punto della sua vita andò spesso allo stadio. Dopo i mondiali del '70, visto che io ero stato - ero riuscito a rimanere - alzato per vedere le partite, e che avevo mostrato di apprezzarle, e di apprezzare Bonimba, fece per entrambi - spesa non indifferente per la nostra famiglia - l'abbonamento per vedere le partite della squadra del suo cuore, l'Inter.

Un intero e un ridotto.

Nei distinti.

Tracce mediatiche: Pitch feaver di Nick Hornby

28 marzo 1994: Mi ricordo che vagammo con Lev Davidovic Bronstejn tutta la sera, come in trance, in preda a un senso di straniamento surreale, sentimmo anche i fasci che urlavano "Du-ce! Du-ce!" sotto la sede in Piazza Vittoria, fino a che non andammo in casa di non mi ricordo chi a vedere la conferenza stampa congiunta di Berlusconi Fini e Bossi. Lì, piansi. Meno male che dopo le cose sono migliorate. Nel senso che ora me ne frega sempre meno.

Tracce mediatiche: La famiglia Addams di Barry Sonnenfeld

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06 May 08 Tuesday

Che mondo sarebbe?






Ho rivisto per caso questo spot della Telecom. Ve lo ricordate? Quello di Spike Lee con Gandhi, che allora mi parve molto bello. Ora, a dire il vero, molto meno. Suggestivo, piuttosto.

In realtà, guardato bene, ci si accorge di come rimandi a un'idea di società davvero agghiacciante, fatta di sguardi rapiti (per non dire semiebeti) di persone che guardano un uomo che parla su uno schermo.

Questo spot non fa cenno (anzi, mette in scena il suo feroce contrario) all'unica seria possibilità che la rete ha di aumentare il saggio di democrazia nel mondo: la possibilità di interagire con il potere e, soprattutto, contro il potere; di organizzarsi spazi autonomi e intangibili di [r]esistenza democratica. La dialettica tra Rete e altri media è la dialettica tra fruizione attiva e fruizione passiva dei contenuti, e l'idea che rimanda Telecom di comunicazione globale è solo l'implementazione metastatizzante e invasiva della seconda.

Vero: questo spot affascinante e patinato funziona, perché l'uomo che parla è Gandhi. Forse questo spot avrebbe potuto funzionare anche usando Che Guevara, anche se temo che usare Ernesto che dice "dieci cento mille Viet-Nam" in uno spot di una multinazionale, che, immagino, ai tempi sperava di leccare un po' del grasso che sarebbe colato dalla ricostruzione dell'Iraq, sarebbe stato forse incauto.

Invece Gandhi è (rappresentato come) buono e rassicurante e ecumenico al punto giusto, soprattutto se gli si fanno dire cosine innocue come queste. Peccato che venga usato per incarnare un'idea di politica (affatto discendente e carismatica) che lui per primo avrebbe aborrito.

E poi.

Tralasciamo il modello di relazione politica, per me intollerabile, configurato dallo spot: in quei giorni, se ricordate, fu oscurato dall'FBI (su richiesta, si disse, anche del Governo italiano) Indymedia.com, sito di (contro)informazione pacifista. Non lo conoscevo, ma, dopo averlo consultato spesso, posso dire che i contenuti del sito sono discutibili e scomodi assai meno di quanto non lo fossero i contenuti del parlare di Gandhi negli anni 30 e 40.

Non so. Ho come l'impressione che Gandhi non l'avrebbero fatto parlare come immagina Spike Lee. Ho come l'impressione che non gli avrebbero apparecchiato, nell'Unione Sovietica stalinista e nell'Inghilterra tardoimperialista, megaschermi dai quali rivolgersi alla folla.

Immagino che, se davvero l'Italia repubblicana e democratica ha chiesto la chiusura di un sito di controinformazione, quella monarchica e fascista non avrebbe permesso a un cittadino di guardare Gandhi sul suo telefonino Balilla della RadioCostruzioniRomane.

Immagino che, negli anni 30 e 40, si sarebbero affacciate da quei megaschermi ben altre icone e ben altre parole.

La questione in fondo è questa: uscire da questa idea folle che le tecnologie siano neutre, e soprattutto neutrali, e che la loro bontà dipenda dal valore del messaggio trasmesso.

Non solo il loro uso, ma proprio le tecnologie sono strutturanti. Evvabbè, sono mar(z)xiano, per me le sovrastrutture produttive, anche e soprattutto dell'informazione, SONO la società. È impensabile che un grande network quale quello presentato dallo spot venga usato contro la stessa struttura produttiva di cui è espressione, che possa assolvere a funzioni rivoluzionarie.

Comunque sia, i contenuti che vengono trasmessi dal Gotha simulacrale e ininterrogabile dei Comunicatori Ufficiali non verranno decisi sulla base della bontà del messaggio, ma solo in quanto congruenti al sistema stesso e congruenti alla sua riproducibilità. Ma lo so, Marx è un filosofo superato, ormai. E anch'io non sto tanto bene. Vado a vedere www.inter.it, va', per vedere se è vero che prendiamo Hleb, che è meglio.

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05 May 08 Monday

"ad" + "al-".

Leggo da uno dei miei siti preferiti:

al-
To grow, nourish.
Derivatives include old, haughty, altitude, enhance, alumnus, coalesce, and prolific.


"al-" è una di quelle radicette indoeuropee che si infilano dappertutto, transmutanti come virus, soprattutto per colpa della debolezza della vocale; è un gene strutturale del nostro Dna linguistico.
Indica l'atto di nutrire, o di far crescere.
Ciò che è cresciuto diventa "altus", o "alt": grande in statura per i latini, vecchio di età per i germani.
Ciò che fa crescere è "alimentus".
Ciò che viene fatto crescere ("al") fuori ("pro") da noi è la prole. Chi non ha altre ricchezze che questa è un "proletario".
Se si cerca di allontanare ("ab-") la crescita di qualcosa, la si "abolisce".
Chi riceve nutrimento è un "alumnus", chi lo dona è "almus".

Se uno viene accompagnato ("ad") nel suo processo di crescita ("al-") è un "adolescens"; dopo che il processo di crescita è terminato, il participio presente diventa passato: "adultus".

"Adulto", dunque, è chi è pervenuto al perfetto compimento del processo di accrescimento. Un "adulto" non è solo "alto", e non è solo "alt". Non si tratta di un processo di crescita disordinato e casuale, come quello che rende alto un monte o una catasta di rifiuti, e non si tratta di un semplice invecchiamento, di un processo del quale unico responsabile è il tempo, come quello di un ferro reso "alt" dalla ruggine.
Il prefisso "ad" indica un processo ordinato, durativo e continuo. "Amministro", "adempio", "allevo".

Certamente l'adultità ha una connotazione biologica. Può essere adulto un albero, un gatto, una rana. In generale, è biologicamente "adulto" chiunque sia a sua volta arrivato alla possibilità di riprodursi.

Ho l'impressione, però, che invece la connotazione morale e psicologica della "adultità" sia invece mal connotata da questa radicetta.
Che l'adolescenza sia, da questo punto di vista, piuttosto un processo continuo di limitazione. Adolesecendo, quasi ogni giorno ci porta a escludere una delle infinite vite possibili che ci eravamo immaginati, a chiudere una porta che avevamo sempre immaginato aperta.
Un giorno capiamo che non giocheremo mai in serie A, un altro che non vinceremo mai il Nobel per la letteratura, un altro che non suoneremo mai a Wembley o alla Scala, un altro ancora che non sposeremo mai il ragazzino o la ragazzina dai capelli rossi. Predere atto di queste cose è certo più difficile che ammucchiare cellule su cellule e arrivare a produrre gameti, ma, in generale, ci se ne fa una ragione. Si ristrutturano le aspettative incanalandole verso qualcosa d'altro, o trasformandole in passioni bastanti a sé stesse; ci si lasciano aperte a tutta forza se non porte, almeno finestre dalle quali lanciare occhiate ogni tanto, magari chiamandole "ideali". E così via.

Anche in ciò che si può fare con gli altri avviene (dovrebbe avvenire) un analogo processo di autoriduzione. Un passaggio dall'onnipotenza infantile all'autocontrollo adulto, dalla libertà di tirare il naso o i capelli alle persone, o di vomitargli o pisciargli o sputargli la pappa allegramente addosso senza chiedere il permesso, alla coscienza che se vuoi tirare il naso o pisciare addosso a un altro adulto devi patteggiarne prima il consenso, stringendo una relazione strutturata, di natura affettiva, emotiva o economica.

In maniera analoga, quello che si può fare dei rapporti con gli altri. Il ritrarsi di sé, dall'egolatria neonatale al principio di responsabilità "adulto".
"Il mondo non è a vostra disposizione!", dice Moretti ai due aiutoregisti rompipalle di Sogni d'oro. È la principale lezione di adultità. Rendersi conto che ogni azione ci rende responsabili delle sue conseguenze prevedibili, e che il mondo ce ne chiederà conto; e che solo l'assunzione dentro di noi di questo principio, in assenza di percepibile giustizia divina, tutela la parte di mondo di cui siamo responsabili da dolori assurdi e insensati. Suscitare consapevolmente affetto in un'altra persona non è più l'atto gratuito concesso a un bambino; è un atto costoso: nel quale la residua componente narcisitica si deve stemperare, finché possibile, nell'accudimento dell'affetto suscitato.

Wakefield, nel bellissimo racconto di Hawthorne, un giorno esce per andare al lavoro; mentre torna, gli viene in mente un pensiero strano. "Che cosa succederebbe se stasera non tornassi a casa?". Decide di provare. Fatto questo primo passo, dipinto a sé stesso con indulgenza riduzionista, come sempre avviene, il resto è semplice. Non torna più a casa per anni e anni, prende dimora nelle vicinanze, spia la moglie che lo piange per morto. Una sera, in piedi dall'altra parte della strada rispetto alla sua vecchia casa, con il freddo e la neve, ha un altro pensiero semplice e immediato. "Che faccio qui a gelare? Perché non entro?", e torna, naturalmente come se fosse quella sera di tanti anni prima.
Wakefield regredisce all'assoluto egocentrismo infantile; rigetta il principio di adultità e di responsabilità.
Espande all'essenza di anni il suo voler essere di un momento; diventa onnipotente, semplicemente smettendo per un istante di essere adulto.

Sapere astrattamente del principio di responsabilità, certo, non basta.
Ci vuole anche coraggio, e integrità, per tornare tutte le sere a casa da "adulti", o per andarsene da "adulti" una volta per tutte, caricando su di sé parole, discussioni e dolori.

Mi sa che un bel po' di esseri umani siano stati Wakefield a qualcuno, in qualche maniera, nella loro vita.
La rete, poi, è per la Wakefieldità quello che le fogne di Parigi e la guerra dei trent'anni furono per la peste bubbonica del '600.

Io, certamente, lo sono stato, Wakefield a qualcuno, nella mia vita. Perfino qui dentro, per un po'.
Le Wakefieldate della mia vita sono certo i miei rimorsi più grandi; più "alti".
Però spero che abbiano smesso di "adolescere", e che siano diventati finalmente rimorsi "adulti".

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